Gazzetta dello Sport: intervista a Maldini
Quarantotto ore di riflessione, poi la risposta. Paolo Maldini non ha voluto aspettare ancora. Paolo, perché le hanno rovinato la festa? «Non lo so, davvero non lo so. Ho sempre avuto un comportamento lineare, seguendo i miei ideali e rispettando tutti. Non ho frequentato gli ambienti dei tifosi, ma non per snobismo: per il cognome che porto ho sempre dovuto dimostrare qualcosa. E allora ho voluto essere giudicato solo per quello che davo in campo: c’è chi la può vedere come forma di rispetto verso l’ambiente e la società e chi invece interpreta questo atteggiamento come uno sgarbo nei suoi confronti».
Che cosa l’ha delusa? «Il silenzio della società: non mi è piaciuto che non abbia preso posizione. Non c’è stato neanche un commento: dal presidente in giù, nessun dirigente ha detto una parola. Io sarò un idealista, ma credo che una società come il Milan si debba dissociare da certi episodi».
Lei ha risposto subito ai tifosi, con parole molto dure. «E’ stata una reazione istintiva, e quindi forse sbagliata. Ma è stata dettata dal momento: io ero un uomo ferito. Non ho avuto la possibilità di pensare: è stata una risposta a un’azione premeditata da giorni, mesi e forse anni. Io sono un uomo con sentimenti e debolezze».
«Orgoglioso di non essere uno di loro». Conferma? «Sì, certo. E’ innegabile che io sia milanista e che abbia dato tutto per la maglia rossonera. Malgrado questo, sono stato contestato più volte. Ero capitano da sei mesi quando scrissero su uno striscione che non ero degno della fascia e sotto casa con la vernice 'Meno Hollywood più impegno'. A me? Però sono cose che mi hanno fatto crescere: io ho maturato una libertà intellettuale e di espressione a cui non rinuncerò mai».
Ricorda i contrasti in passato tra lei e la tifoseria? «Gli episodi veri sono due. Il primo al rientro da Istanbul dove, pur perdendo, avevamo giocato una finale stupenda, nettamente meglio del Liverpool. All’aeroporto siamo stati contestati: 'Dovete chiederci scusa'. Io giocavo da una vita e dovevo chiedere scusa a un ragazzo di 20 anni? E poi scusa di cosa? Di aver perso una partita giocata in modo straordinario? Per inciso, quella sera il Liverpool ci surclassò a livello di tifo: sul 3-0 si sentivano solo gli inglesi e poi sempre di più, sempre di più... Ecco, all’aeroporto volarono parole grosse e rischiammo lo scontro».
Il secondo episodio? «A Montecarlo, Supercoppa 2007, gli ultrà non tifarono e non permisero che qualcuno ci incitasse. E anche in campionato per alcuni mesi giocammo in un clima surreale. La squadra soffriva questa situazione e io ne parlai proprio sulla Gazzetta. Fu un’intervista da capitano, che però non piacque ad alcuni tifosi. Fu organizzato un incontro chiarificatore con un paio di loro, in cui ribadii quanto detto alla Gazzetta spiegando che era per il bene del Milan».
I tifosi le rimproverano alcuni insulti. «Non li ho mai insultati tranne all’aeroporto di ritorno da Istanbul. Comunque l’episodio di domenica ha tracciato una linea ancora più netta tra me e loro».
Ma con Leonardo ha litigato o no? «Ecco, quest’equivoco è clamoroso. Quando mi hanno detto che si era sparsa la voce di un litigio, ero nello spogliatoio abbracciato a Leo. In quel momento ripreso dalle telecamere, lui mi invita a non dare peso a certe cose e io gli dico quello che penso di certa gente. Stop».
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