Il furfante scolpito nell'ebano: alla scoperta di Renato Sanches

 di Daniele Castagna Twitter:   articolo letto 70921 volte
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport
Il furfante scolpito nell'ebano: alla scoperta di Renato Sanches

“Presidente, se segno può darmi i soldi per una bifana (pane portoghese accompagnato con la carne)? Vanno bene anche una manciata di euro”. Ogni espediente era buono per scappare a quella tremenda povertà con la quale rapportarsi ogni giorno. Nel più classico racconto di riscatto sociale, Luz Sanches Renato Júnior viene alla luce da famiglia di immigrati: il padre in fuga da Sao Tomé e Principe, la madre di Capo Verde. Per capire il rebus Sanches, perché di tale si tratta e ne parleremo, bisogna prima contestualizzare le sue origini: Musgueira, il quartiere più malfamato di Lisbona. Per intenderci, non il classico sobborgo consigliato da guide per turisti. Alle spalle dell’aeroporto della capitale lusitana, cresce un ragazzo letteralmente strappato alla criminalità, come rivela in più interviste Antonio Quadros, scopritore e presidente delle Aguias da Musgueira: “Non lo nego, era un furfante. Viveva alla giornata, l’ho convinto a scegliere il calcio. Oggi è un Renato diverso”. 

IL SALTO - Un Renato diverso, in ogni aspetto del proprio calcio, non solo nella vita di tutti i giorni. La contrapposizione tra “gli euro per la bifana” e le cifre a sei zeri sborsate dal Bayern Monaco è assoluta poesia calcistica, capace di andare oltre alla fame ed incensare i sogni di un ragazzo di strada. Un bambino strappato alla propria terra, terrorizzato dal passaggio al Benfica e troppo legato al proprio primo club da non volerci nemmeno giocare contro. A rileggerla oggi, la vita di Renato Sanches è un romanzo in fase d’opera, in attesa dei capitoli più gloriosi. Talmente legato alle proprie origini da tornare nel ‘gueto’ dopo il primo gol segnato con la maglia del Benfica dei grandi, condividendo bifana con tutti gli amici di strada, quelli di sempre. Gli stessi compagni d’infanzia che ora vedono un diamante grezzo faticare in Bundesliga, schiacciato tra le necessità di vittoria del Bayern Monaco ed il livello altissimo di competizione alla corte di Ancelotti. L’Adidas, sponsor personale e della squadra bavarese, l’ha presentato tramite una popolarissima e riuscitissima campagna pubblicitaria, dipingendolo come “No Weakness”. Una mediatica bugia, un tentativo di offuscare evidenti difetti di uno dei prospetti più interessanti del vecchio continente. 

LACUNE EVIDENTI - Nonostante la stazza imponente ed una fascia muscolare da lottatore di arti marziali, il classe ’97 è carente nel reparto in cui tutti gli attribuiscono (un po’ sommariamente) grandi pregi: la fase difensiva. Un profilo assolutamente immaturo, completamente acerbo per la copertura degli spazi e nella lettura dei movimenti avversari. Guardarlo marcare il dirimpettaio crea quasi ilarità, Renato ha talmente tanta forza fisica nelle proprie gambe e busto che finisce sempre con l’eccedere, provocando falli goffi e con dinamiche buffe. Ma d’altronde, i tackle e la marcatura non servivano nel calcio di strada, università di futebol capace di portare il piccolo Luz Sanches ad una precoce laurea. La carta d’identità poi non aiuta in fase d’impostazione, dove le scelte di passaggio e di cambio di gioco sono spesso sbagliate, come testimoniano i dati statistici forniti da Wyscout. 

TALENTO NAÏVE - Gli occhi di Carlo Ancelotti avranno bocciato l’aspetto tattico del lusitano, ma saranno rimasti certamente folgorati dalla danza prodotta a difesa della sfera e, nel miglior gesto tecnico, nella progressione palla al piede. La potenza di un bulldozer nell’equilibrio di una ballerina di danza classica, movimenti unici nel suo genere, capaci di produrre una percentuale irreale di dribbling riusciti per una mezzala. La risposta va cercata nel passato, nei primi anni di carriera quando i dreadlock sobbalzavano sulla fascia offensiva: Renato nasce esterno d’attacco per poi arretrare, negando a se stesso le inesplorate potenzialità offensive per il bene della squadra. Un sacrificio tecnico sull’altare del collettivo. Troppo diverso per non entusiasmare, troppo mediatico da non produrre eccitazione. Ora le lusinghe del Milan, alla ricerca di un profilo di futuro campione senza troppi impegni a livello contrattuale. Scelta da cui nasce l’idea del prestito, con tanto di apertura di Rummenigge in persona. Un profilo scolpito nell’ebano puro, destinato a fare cose uniche: solo le divinità del Calcio decideranno quanto grandi.