Il Milan non è di chi insulta. Giudicare ora è folle, ma qualcosa deve cambiare

Da Giampaolo a Biglia e Castillejo, tanti nel mirino di critiche spesso volgari. Il mister continua a sperimentare e ha bisogno di tempo, ma sabato c'è il Derby
16.09.2019 14:00 di Michele Pavese   Vedi letture
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews
Il Milan non è di chi insulta. Giudicare ora è folle, ma qualcosa deve cambiare

Se l'universo del web fosse davvero lo specchio del mondo in cui viviamo, ci sarebbe seriamente da preoccuparsi. Alcuni colleghi, nei giorni precedenti alla partita di Verona, avevano dato quasi per scontata la conferma di Samu Castillejo nell'undici titolare. Lo spagnolo non gode dei favori - eufemismo - del popolo dei social, che ha espresso il proprio malcontento senza mezzi termini, insultando pesantemente l'ex Villarreal insieme a Marco Giampaolo. Prima ancora si era parlato di un rinnovo per Fabio Borini: il gioco al massacro aveva coinvolto soprattutto la dirigenza. Alla lettura delle formazioni, lo stesso popolo dei social ha cominciato a contestare la scelta di schierare Lucas Biglia dal primo minuto: una pioggia di volgarità nei confronti dell'argentino e del mister ha travolto Twitter e Facebook. L'hashtag #Giampaoloout è diventato di tendenza già dopo le prime amichevoli; nostalgici di Gattuso, detrattori - vecchi e nuovi - di Paolo Maldini o semplici scettici sulle qualità del nuovo "Santone" sono riusciti a coinvolgere in poco tempo un discreto numero di seguaci. Il risultato? Tifoseria divisa, una parte ingestibile e pronta a vomitare sentenze già il 15 settembre. Che siano disturbatori seriali, personaggi in cerca d'autore o attaccati ai ricordi dei bei tempi che furono, poco importa: non fanno il bene del Milan. Nessuno merita un trattamento simile, a maggior ragione dopo tre giornate di campionato e prima ancora di scendere in campo.

Attenuanti - Forse qualcuno pensava che con Giampaolo i problemi sarebbero magicamente scomparsi. La realtà è diversa ed è molto più complessa rispetto al mondo onirico: incidere in soli 70 giorni di lavoro è impresa ardua ed è complicato cambiare il volto di una squadra abituata a interpretare il calcio in un altro modo. I primi bilanci si tracciano a fine ottobre, quindi c'è ancora a disposizione un mese per sperimentare e trovare l'assetto giusto. Se da un lato si possono imputare la confusione a livello tattico e lo scarso utilizzo degli acquisti estivi, d'altra parte difendere il lavoro del nuovo mister è d'obbligo, così come è d'obbligo continuare a credere nelle sue qualità. Bisognerebbe considerare, inoltre, che quella appena cominciata sarà la prima settimana in cui Giampaolo potrà lavorare con tutti gli effettivi a disposizione (tra mercato, impegni con le Nazionali e infortuni, non era mai successo); poi ci sono i "difetti strutturali" di una rosa che non soddisfa appieno tutte le esigenze del 52enne nato a Bellinzona. Una toppa è stata messa in extremis, ma resta più di un rimpianto. 

Dipendenze ed effetti collaterali - Tra vecchie sicurezze e poche novità, comunque, il Milan ha ripreso il proprio cammino battendo l'Hellas per 1-0: un avversario che da sempre evoca brutti ricordi e che nell'ultimo incrocio al Bentegodi aveva inflitto una durissima lezione alla formazione allora guidata da Rino Gattuso. Una partita spigolosa, sofferta e portata a casa senza convincere nonostante la superiorità numerica per oltre 70 minuti, su un terreno di gioco in condizioni a dir poco pietose. Una sfida che ha palesato ancora una volta i limiti di una squadra che velocizza e verticalizza con il contagocce, lasciando spesso la prima punta abbandonata al proprio destino. Il Milan è ancora "work in progress" e le certezze scarseggiano. Anzi, ce n'è una, incrollabile, che per Giampaolo può essere un boomerang pericolosissimo, perché catalizzatore assoluto della manovra offensiva. Il "difetto strutturale" per eccellenza rischia di essere Suso, soprattutto per un allenatore che avrebbe dovuto portare alternative concrete di gioco e cambiare la mentalità, ma che invece si ritrova ancora una volta a dipendere dallo spagnolo con il numero otto, ritenuto il vero limite del Milan degli ultimi anni, nonostante i numeri dicano il contrario. Un caso unico, una contraddizione difficile da comprendere e da spiegare. 

Indicazioni nel nulla - Il Milan di Verona è stato nè più né meno che il Milan di Gattuso, con Paquetà spedito nella classica "terra di nessuno", in una posizione in cui il mister, per sua stessa ammissione, non lo vede e in cui è "disordinato", e Suso lasciato nella sua zona preferita, a fare quello che gli riesce meglio (o peggio, a seconda delle giornate). Dei nuovi non c'è traccia nell'11 di partenza, che si dispone con un 4-3-2-1 poco propositivo e mai pericoloso. L'ingresso di Rebic e il passaggio al 4-3-3 sono serviti solo per far ritrovare qualche automatismo e allargare le maglie di una difesa che inevitabilmente chiudeva tutti i varchi centrali, ma non hanno svegliato il Diavolo: il possesso di palla è sembrato lento e sterile, la manovra farraginosa e il povero Piatek non è mai riuscito a incidere, mostrando anche evidenti limiti sul piano tecnico. Per fortuna, il polacco si è sbloccato dal dischetto; una delle poche note liete della serata, insieme alle buone indicazioni arrivate dalla coppia centrale e da Calhanoglu, che quando accentra la propria posizione e gode di maggiore libertà, è sempre decisivo. Il turco nasce trequartista nel 4-2-3-1: un messaggio per Giampaolo anche in vista del derby, crocevia importantissimo per determinare le ambizioni del Diavolo. L'Inter di Conte sembra già "pronta", più consapevole delle proprie potenzialità, ed è partita alla grande, trascinata dalla solita carica trasmessa dal tecnico salentino e dal dogma del 3-5-2. Il Milan, invece, sta vivendo uno dei periodi più bui della sua gloriosa storia, sia a livello sportivo che umano. La speranza è che l'ambiente si compatti e torni a essere solo rosso e nero, fuoco e terrore per gli avversari. 

(Volutamente non mi soffermo sui soliti imbecilli che mettono in dubbio il concetto di evoluzione e riportano l'uomo all'età della pietra. La società Verona, poi, ha completato il capolavoro, con un messaggio che spiega bene perché i nostri stadi continuino a essere terreno fertile per questo genere di episodi. Il silenzio, la connivenza e una battaglia che non si vuole nemmeno combattere. Complimenti).