El Shaarawy, caso senza senso

Giornalista sportivo a Mediaset, è stato caporedattore di Tele+ (oggi Sky). Opinionista per Telenova e Milan Channel. I suoi libri: "Soianito", "La vita è una" con Martina Colombari, "Sembra facile" con Ugo Conti.
19.04.2013 00:00 di Luca Serafini Twitter:    Vedi letture
© foto di Pietro Mazzara
El Shaarawy, caso senza senso

Ci interroghiamo da domenica sera sull’esclusione del Faraone in quella che era certamente la partita più importante e delicata del finale di stagione del Milan, assai più della stessa sfida alla Juve nel prossimo posticipo. Non troviamo una risposta convincente, una spiegazione plausibile. Gli elementi di cui disponiamo sono sufficienti anzi per pensare si sia trattato di un errore. Non risulta che El Shaarawy sia più indolente, ritardatario, smarrito di Pato né che sia più insofferente, presuntuoso, autogestito di Ibrahimovic, per esempio, due ai quali le concessioni nelle ultime stagioni sono state molte e poco gradite al resto del gruppo. Risulta invece che grazie a lui i rossoneri siano riusciti a galleggiare in autunno fino a prodursi nella sorprendente rimonta d’inverno e primavera. Non risulta che il suo sostituto, Robinho, si sia tolto le infradito infilate ormai diversi mesi fa, con la testa a Copacabana e il rendimento ben espresso dai numeri e dalle prestazioni incolori, al limite dell’inaccettabile. Risulta eccome invece che, nella sfida-chiave per il secondo posto e già con il miglior giocatore assente per squalifica, non fosse decisamente produttivo escludere anche il secondo miglior giocatore della squadra. Insomma, la panchina di El Shaarawy contro il Napoli possono spiegarcela per delle ore senza riuscire a convincerci della bontà della scelta. Non una punizione, non uno sprone, non una lezione, non un lampo di genio tattico. Il risultato è stato solo quello di fomentare illazioni nei media e alimentare timori nei tifosi, nonché probabilmente di disorientare una squadra i cui equilibri sono fragili dopo essere stati faticosamente ottenuti. Un El Shaarawy un troppo responsabilizzato, troppo carico di oneri, un po’ meno applicato rispetto a qualche mese fa, sembra offrire comunque più garanzie dello svagato Robinho in ciabatte da spiaggia. 
Se Allegri voleva dare un esempio, ha scelto l’occasione meno propizia. Se la società ha voluto mettere in vetrina Robinho, speriamo si sia convinta che ormai è più facile venderlo se non gioca, piuttosto che l’inverso. Il risultato è stato comunque negativo come era facilmente prevedibile, in fondo. Oggi qualcuno teme persino vi siano ragioni occulte di mercato, intorno alle quali è inutile prodigarsi in promesse e/o negazioni. Lo scenario europeo del calcio ormai prevede che qualcuno (City, PSG e le spagnole) possa continuare a infischiarsene bellamente del fair-play finanziario e dunque, se si presentassero emiri o petrolieri o cowboy con 60-70-80 milioni per il Faraone così come per Cavani o chi altri, se li possono portare via in 10 minuti. Restiamo dell’idea che El Shaarawy debba essere difeso, sostenuto e preservato. Se c’è da raddrizzargli la schiena, si può farlo col dialogo prima che con la panchina. Se si ritiene opportuno che la panchina sia meglio del dialogo, meglio scegliere Chievo Siena o Pescara per dare l’esempio. La scelta tecnica o tattica, infine, non ha decisamente cittadinanza specie – lo ripetiamo – nella sera in cui manca anche Balotelli.
Si è creato un caso del quale, in un finale di campionato che si preannuncia complicato, combattuto, delicato nei dettagli, si sarebbe fatto stravolentieri a meno. E’ già così fiorente la letteratura intorno al caso quotidiano-Balotelli, per avere voglia di crearne un’altra semplicemente attraverso l’occultamento dei protagonisti principali. Uno per iniziativa del giudice sportivo, l’altro per iniziativa dell’allenatore. In entrambi i casi, decisioni discutibili.