Elliott, la giusta scelta: per Maldini, Pioli e Ibra la squadra ci ha messo la faccia. Adesso serve un mercato chirurgico

24.07.2020 00:00 di Luca Serafini Twitter:    Vedi letture
Elliott, la giusta scelta: per Maldini, Pioli e Ibra la squadra ci ha messo la faccia. Adesso serve un mercato chirurgico

Pubblicamente ci hanno messo la faccia Donnarumma e Calhanoglu. Dietro le quinte, era d’accordo a mettercela tutta la squadra, pronta a chiedere di parlare direttamente con la famiglia Singer: volevano la conferma di Stefano Pioli. Il che avrebbe favorito la permanenza di Paolo Maldini e Ibrahimovic. La proprietà ci è arrivata prima e da sola, attraverso un percorso forse contraddittorio, ma alla fine logico e comprensibile. Non è solo una questione di risultati, come scritto nel comunicato ufficiale, ma di metodo di lavoro e sintonia con lo spogliatoio che l’allenatore ha stabilito con impeccabile professionalità e la ricchezza umana di cui Pioli e il suo staff abbondano. Analizzare un dietrofront così inatteso e clamoroso non è semplice: restano fuori dallo scenario dettagli e segreti non disponibili. Se c’è dell’altro, insomma, lo scopriremo. Fatto sta che questa piramide che comprende Maldini, Ibra e Pioli costituisce per la squadra un riferimento assoluto e imprescindibile, questo dicono gli eventi. La rivoluzione neanche troppo silenziosa (l’ennesima negli ultimi 4 anni) si è già avuta in questi mesi: da Gattuso a Giampaolo a Pioli, da Leonardo a Boban al suo allontanamento. La costante positiva è il Milan che va in campo: dai 68 punti della scorsa stagione alla strepitosa serie post-lockdown è cambiato il volto della squadra in maniera radicale. Conti e Kessie sono tornati quelli di Bergamo, Calhanoglu ha finalmente ricevuto la consacrazione da top player, Hernandez e Bennacer si sono integrati alla perfezione, a gennaio sono arrivati Ibra, Kjaer e Saelemakers. Rebic è deflagrato. La panchina offre qualche ricambio credibile. Perché dunque smontare tutto questo? Nei risultati eclatanti di queste settimane c’è di tutto: la bontà degli ultimi mercati estivo e invernale, la condizione fisica e mentale del gruppo, l’impermeabilità del tecnico alle voci, anzi alle certezze di un cambio annunciato. Ibra ha radicalmente cambiato la mentalità fondendosi alla perfezione, con la sua esuberanza, alla determinazione pacata di Pioli. Oggi il Milan è una squadra, nello spirito e nelle potenzialità. Migliorabile tecnicamente e da completare nel suo percorso, perché le differenze con le squadre da podio non siano più avvilenti come il solco di punti da Atalanta, Inter e Lazio è lì a dimostrare. Possiamo dire tutto del Fondo Elliott, ma su alcuni punti precisi vorrei spostare la riflessione in questo momento. Hanno tacitamente ammesso, da subito, quello che tutti sapevano: inesperienza assoluta nel calcio. Per questo, si sono affidati sin dall’inizio a icone come Maldini, Leonardo e poi Boban. I soldi per la campagna acquisti li hanno sempre sganciati (70 milioni cash per Piatek e Paquetà, per esempio) e il Milan resta uno dei pochissimi club europei senza debiti (da non confondersi con le perdite). Nonostante le campagne mediatiche in senso opposto, non hanno mai dato la sensazione di voler vendere i migliori, salvo Suso infilatosi in un imbuto a fondo cieco. Mi riferisco a Donnarumma, Romagnoli, oggi Calhanoglu, Rebic, Hernandez; per gli stessi Gattuso, Maldini e Ibra c’era disponibilità di apertura, anche a giochi fatti. Normale che, non avendo prodotto questa strategia quel salto che si attendeva soprattutto riguardo la qualificazione alla Champions, a un certo punto avessero deciso di far saltare il banco a favore di un plenipotenziario come Rangnick. Adesso, dopo 7 anni ininterrotti di spaccature e visioni differenti all’interno della dirigenza (da Barbara Berlusconi in poi), la famiglia Singer – che sa fare bene tutti i calcoli del mondo – ha preso atto di una unità assoluta e cementata, costruita naturalmente e fisiologicamente intorno a Paolo Maldini, Stefano Pioli e Zlatan Ibrahimovic. Retromarcia? Sì, eccome: non c’è niente di male nel fare un passo indietro per poterne poi fare due o tre in avanti. E’ un segnale di elastica intelligenza. Rimane soltanto un “però”: però, adesso a Maldini e Pioli va data, all’interno di un budget, la possibilità di muoversi sul mercato in assoluta, totale libertà. Senza veti e senza paletti relativi all’anagrafe. Per tornare a rendere appetibile marchio, brand, società e squadra servono senz’altro l’asset di uno stadio nuovo e i conti a posto, ma soprattutto conta vincere le partite e risalire in classifica. In Italia e in Europa. E questa finalmente è tornata ad essere una priorità assoluta. Anzi, la priorità.