Gattuso punta dell’iceberg della crisi, ma con tanti complici: da Singer a Gazidis, da Leonardo a Maldini, da Scaroni a chi manda Cutrone in tv

30.04.2019 00:00 di Alberto Cerruti   Vedi letture
Gattuso punta dell’iceberg della crisi, ma con tanti complici: da Singer a Gazidis, da Leonardo a Maldini, da Scaroni a chi manda Cutrone in tv

Sorvoliamo sulle responsabilità di Gattuso, perché è troppo facile sparare sul pianista, tra l’altro l’unico a “metterci la faccia” come si suol dire, e sempre il primo a mettersi in discussione, con rara onestà e ancora più rara autocritica nel mondo del calcio. Ma visto che tanti si stanno accorgendo anche delle responsabilità altrui, cerchiamo di approfondire il discorso, nel ricordo di quanto ha insegnato la storia del Milan. I migliori anni della gestione Berlusconi, 25 su 31 e quindi in stragrande maggioranza, sono stati caratterizzati da una perfetta struttura societaria: un presidente presente, Berlusconi appunto; un amministratore delegato ancora più presente, Galliani; un direttore sportivo competente, Braida, non a caso scelto dal Barcellona con cui continua a vincere. Con loro sono cambiati gli allenatori (da Sacchi a Capello, da Zaccheroni ad Ancelotti), gli stranieri (da Van Basten a Savicevic, da Shevchenko a Kakà), ma il Milan ha continuato a vincere, in Italia, in Europa e nel mondo.

Dopo la disastrosa parentesi cinese con la italianissima gestione di Fassone e Mirabelli, oggi il Milan è nelle mani del fondo Elliott cui va riconosciuto il merito di avere salvato il salvabile, mettendo liquidità per rilanciare e poi rivendere il club. Peccato che i buoni propositi non bastino, come non bastano i soldi se manca una componente fondamentale: la competenza. Proprio perché consapevole di questa lacuna, il signor Singer, numero uno del fondo Elliott, si è affidato al tandem Leonardo-Maldini per la parte sportiva e a Gazidis per quella economica, con la supervisione a livello di immagine di Scaroni, come presidente. Chi più, chi meno, però, nessuno ha convinto per diverse ragioni. E’ vero che mister Singer non rilascia mai interviste, ma nell’era della comunicazione in generale e nel mondo del calcio in particolare può passare il principio che i cinesi siano silenziosi per carattere, non che lo sia un uomo d’affari che vive a Londra e si fa rappresentare dal figlio a San Siro. Nessuno chiedeva a Singer di parlare di tattica, ma sarebbe stato utile anche per lui, oltre che per i milioni di milanisti sparsi in tutto il mondo, raccontare che cosa voleva fare per la società e la squadra. Non è bastato nemmeno, almeno per ora, scegliere un manager venuto dall’Inghilterra, dove tra l’altro il suo (ex) Arsenal non ha vinto nulla malgrado un grande stadio di proprietà. E’ vero che Gazidis è arrivato a dicembre, ma è possibile che non abbia ancora detto una parola ufficiale, neppure in inglese, come se fosse un fantasma e non il nuovo amministratore delegato di una squadra di serie A? Immaginiamo la facile obiezione che rinvia alla presenza di Leonardo, capace però di dribblare le ingombranti domande sul presente e sul futuro del Milan, con o senza Gattuso, preferendo accusare chi non ha fermato la partita contro la Lazio per i cori razzisti. Con la stessa prontezza, Leonardo sarebbe dovuto intervenire nei momenti difficili della stagione, mettendoci la faccia per incoraggiare, o meglio ancora difendere, l’allenatore, a costo di usare parole scomode, come invece è costretto a fare regolarmente Gattuso, anche perché sempre più solo e abbandonato al suo destino. Evitare regolarmente i contatti con la stampa, preferendo andare a Milanello dopo le sconfitte e sempre in compagnia di Maldini, per parlare più o meno confidenzialmente con i giocatori, non basta. E infatti Galliani, che aveva cercato di insegnare il mestiere di dirigente a Leonardo, a Milanello andava soltanto alla vigilia delle partite e mai a braccetto con Braida. Già, perché un altro grande interrogativo riguarda il ruolo di Maldini, che sembra soltanto l’accompagnatore di Leonardo e in pubblico non ha mai fatto un discorso suo, da grande capitano qual era. Così anche un ex leader come lui sembra diventato, suo malgrado, un semplice gregario, una figura più rappresentativa che operativa. Per altri versi, visto il diverso curriculum rossonero, è lo stesso ruolo riservato al presidente Scaroni, capace di affermare ieri mattina a “Radio Anch’io Sport” su Radiouno che l’ingresso in Champions quest’anno non era l’obiettivo del Milan. Parole sorprendenti, perché in netto contrasto con quelle pronunciate da Leonardo all’inizio della stagione, convinto (a torto) di avere allestito una squadra in grado di arrivare al quarto posto. E così quello che voleva essere un generoso salvagente di Scaroni per Gattuso si è rivelato un involontario autogol, come la decisione di scegliere Cutrone per intervenire alla “Domenica Sportiva”, subito dopo la sconfitta contro il Torino. Un ragazzo di 21 anni, comprensibilmente a disagio, mandato allo sbaraglio da una discutibile regia dei responsabili della comunicazione, mentre Leonardo, Maldini e Gazidis continuavano a tacere. Un dettaglio, d’accordo, ma anche dai piccoli particolari si riconoscono le grandi squadre e le grandi società. E allora, spiace dirlo, ma a prescindere dagli errori di Gattuso il Milan non è più, o non ancora, né una grande squadra, né una grande società.