Giù le mani da Kessie A proposito di Bakayoko... Grazie per Manchester

30.05.2020 00:00 di Mauro Suma   Vedi letture
Giù le mani da Kessie A proposito di Bakayoko... Grazie per Manchester

La pressione mediatica buttata addosso a Kessie da un mese abbondante a questa parte, fra colpi bassi e gioco sporco, non ha eguali nel momento più delicato della storia del pianeta e del nostro Paese. A tragedia in corso, il problema nazionale era perchè Kessie non prendesse l'aereo. E poi perchè non aveva la mascherina (non ce l'aveva nemmeno Gervinho, ma lui può non averla, il problema era solo Franck) e quindi, dulcis in fundo, largo alle bocche larghe in quantità industriale sulla quarantena di Kessie. Solo di Kessie e sempre di Kessie. Ma giù le mani, per piacere. La serie di illazioni, falsità e cattivi pensieri gratuiti riservati al giocatore, è stata assolutamente un unicum anche di questi tempi, dove un minimo di sensibilità non deve essere solo invocata ma soprattutto pretesa. In spregio persino alle più elementari regole della privacy che, in un frangente del genere, dovrebbero essere le prime ad essere rispettate. Vero, Kessie non è un chierichetto e ogni tanto perde la brocca, vedi comportamento censurabile nel derby di ritorno dello scorso campionato, ma è un professionista che da quando è nel Milan ha macinato 120 partite nel club sulle 135 giocate dai rossoneri e 21 partite in Nazionale. Sempre presente, sempre sul pezzo, sempre disponibile, anche a costo di perdere lucidità. Non è uno scienziato e nemmeno un filosofo Kessie, ma semplicemente un giocatore di calcio nella sua professione e una persona rispettabile nella sua vita privata: nulla giustifica le imboscate gratuite da cui sono state costellate le settimane in cui la Costa d'Avorio aveva chiuso le frontiere in maniera rigida e poi la scansione della quarantena regolarmente rispettata dal giocatore e dai tamponi ai quali è risultato negativo. Ci sono problemi più seri nella vita, e il virus dovrebbe avercelo insegnato, lasciamo in pace Kessie e consentiamogli di continuare la sua vita come giusto per tutti. Grazie.

Non credo che Bakayoko torni nel Milan. Trattare con i club inglesi in generale e con il Chelsea in particolare, è una babele senza fine. Ma è molto bello il modo in cui il ragazzo è rimasto legato al Milan. Anche lui, come Kessie, ogni tanto stacca la spina. Ed è giusto criticarlo. Ma siamo di fronte ad un giocatore che è stato la colonna di una squadra che all'80esimo minuto dell'ultima giornata di campionato era ancora in Champions League. Tanta legna, tanta solidità, pochissimi errori, qualche gol: questo è stato Bakayoko dal mese di novembre del 2018 al mese di maggio 2019 nel Milan. Ha il suo caratterino e anche Gattuso doveva stare attento a parlare in conferenza, per non suscitare le sue richieste di chiarimento. Ma un Bakayoko o un simil Bakayoko più aggraziato e più dotato nella visione di gioco con Bennacer nel suo ruolo di mezzala, potrebbe essere una ottima prospettiva per il Milan prossimo venturo. Bakayoko non verrà, per essere chiari, ma le sue continue dichiarazioni d'amore nei confronti dei colori rossoneri, l'affetto che nutre nei confronti della curva e dei cori che erano stati coniati per lui fa appartenenza, fa sangue, fa attaccamento alla maglia. Bello che un giocatore che non è più al Milan coltivi questi sentimenti.

Devo fare un ringraziamento di cuore, per fatto personale. Alcuni amici su Instagram hanno fatto riemergere dagli archivi alcuni momenti molto belli della lunga diretta che, come Milan Channel, facemmo fino a tarda notte a Manchester, dal ritiro inglese dei rossoneri, nella sala attigua a quella in cui la squadra stava facendo la cena della festa per la Champions League appena vinta contro la Juventus. Il cinque con capitan Maldini, l'abbraccio con Rino Gattuso: davvero, non ricordavo neanche più di averli vissuti. E invece i tifosi li hanno riportati nella mia vita, con passione e sensibilità. Grazie. Il ritiro rossonero quella notte tra il 28 e il 29 maggio del 2003 era molto fuori mano rispetto a Manchester: smettemmo di smontare le attrezzature attorno alle 4 del mattino e poco prima delle 5 facemmo ritorno in città con la super collega Roberta Noè, la vera direttrice del Canale di quegli anni. C'era ancora una improbabilissima pizzeria aperta a quell'ora, con tanto di pizzaiolo indonesiano, una di quelle pizze, non me ne voglia il pizzaiolo, che non mangeresti nemmeno sotto tortura in un momento di lucidità. Ma eravamo giovani, eravamo felici ed eravamo soprattutto digiuni. E quella pizza, vero Roberta?, è diventata la pizza più bella e più buona del mondo!