Giù le mani dalla Champions, da San Siro e dalla Nazionale: lo stadio unisce una tifoseria spaccata

29.03.2019 00:00 di Luca Serafini Twitter:    Vedi letture
Giù le mani dalla Champions, da San Siro e dalla Nazionale: lo stadio unisce una tifoseria spaccata

Il derby ha lasciato cicatrici profonde nell'animo dei milanisti, convinti com'eravamo di una prestazione maiuscola e speranzosi in un risultato positivo. Bisogna rialzarsi con determinazione e orgoglio, che non siano concetti astratti, ma la traduzione di quello che vogliamo vedere in campo a Marassi. Il turno è interessante per consolidare la posizione Champions e in ogni caso è necessario sfoggiare una gara all'altezza, soprattutto in vista delle prossime tappe che pongono sul cammino rossonero Juventus e Lazio a stretto giro. La parola "coraggio" è quella che più di ogni altra inflaziona gli editoriali e le ambizioni di tutti, la voglia di esprimere le potenzialità di giocatori che reputiamo importanti anche in futuro, è fondamentale per riprendere il cammino delle 5 vittorie consecutive, ma anche e soprattutto quello del gioco e dell'atteggiamento propositivo. 

In questo momento storico, l'universo milanista si divide e si spacca tra concreti ed esteti. Purtroppo le divisioni e le spaccature sono ormai una costante, da almeno 6 anni, da quando cioè l'impero berlusconiano imboccò la china inesorabile del declino. Tormentato, avvilente, mortificante. Chi si tiene stretto Gattuso lo fa non potendo dimenticare quanto l'ambiente avesse bisogno di qualcuno che restituisse valori seppelliti e una cultura del lavoro rarefatta tra "hip hip hurrà" e parametri sottozero. Chi spera di tornare più rapidamente ai fasti passati, invoca il Mago Merlino di turno che con questa rosa venga non soltanto a vincere, ma a giocare un calcio spumeggiante e incisivo. Servono in realtà altri ritocchi - di grande consistenza - anzitutto nella rosa, perché sono più spesso i giocatori a far grandi gli allenatori, non viceversa. Quindi ogni discorso in questo senso va rinviato a giugno, dopo aver raggiunto il piazzamento Champions (vitale per la vita finanziaria del club) che sono ancora convinto possa essere il terzo posto. Non torno volutamente sull'imbarazzante teatrino Kessie-Biglia per pudore e per fiducia che la società abbia agito in seguito, nei loro confronti, come si richiede a un grande club.

Meno divisioni e meno spaccature, invece, sull'argomento San Siro. La tifoseria è in ebollizione rispetto all'ipotesi della demolizione. In questi giorni mi sono documentato a fondo, consultando anche esperti (di calcio, politica sportiva, ingegneria e edilizia). Da una parte, con il cuore a pezzi e senz'altro ancora tormentato dai dubbi, prevale in me il realismo di una struttura per molti versi inadeguata alle esigenze del futuro prossimo: logistica, tecnologia, parametri e concezione fanno di San Siro un impianto antico. Dall'altra parte però ci sono scenari assolutamente insopportabili, inaccettabili che vanno in direzione assai lontana rispetto alla reale natura di questo epocale cambiamento. In testa agli interessi dello sport, del calcio e della storia milanese, vi sono infatti demagogie politiche aberranti come quella esposta dal sindaco Sala. L'unico sindaco al mondo che pubblicamente riveli di non voler rinunciare ai denari dei suoi club, anteponendo l'orticello a qualsiasi altra argomentazione plausibile. Poi, c'è la sconcertante condizione inderogabile per cui Inter e Milan "devono" avere uno stadio unico, altro caso senza corrispondenza sul resto del pianeta in quelle grandi città dove vivono 2 club così importanti. La mia idea finale, irrevocabile, è che mi inchinerò alla logica della demolizione di San Siro soltanto il giorno in cui il Milan potesse costruirsi il suo stadio, la sua casa. Al di là di ogni ragionevole cavillo tecnico, burocratico, politico eccetera. Sono pronto a sostenere qualsiasi forma di protesta, qualsiasi iniziativa collettiva che abbia questo scopo.

Chiudo con un pensiero alla Nazionale, che amo per la sua maglia azzurra sin da quando ero bambino e che nel mio cuore cancella assolutamente l'appartenenza dei giocatori a questo o a quel club. Non sopporto che vengano minimizzate le vittorie e il gioco della rappresentativa di Roberto Mancini: anzitutto, perché i gironi di qualificazione - come del resto quelli nella fase finale - prevedono la presenza di club nettamente inferiori. Soltanto ogni 4 anni dagli ottavi di finale, più spesso dai quarti, arrivano le grandi sfide. In secondo luogo perché è proprio da una selezione modesta come la Svezia che abbiamo subito la più grande umiliazione dell'ultimo mezzo secolo. Ben vengano quindi le Finlandia e i Liechtenstein di turno a ridarci ossigeno: è questa la strada per tornare protagonisti, sono questi gli avversari che misurano inizialmente la solidità delle ambizioni.