Gli ayatollah del protocollo. L'esempio di Marotta. Ma anche gli esempi di Gattuso e Pioli

16.05.2020 00:00 di Mauro Suma   Vedi letture
Gli ayatollah del protocollo. L'esempio di Marotta. Ma anche gli esempi di Gattuso e Pioli

Avevamo sorriso un po' tutti quando, ormai molte settimane fa, sulla sua previsione di arretramento del Covid, il presidente Lotito si era sentito dire dal presidente Agnelli: "Cosa fai adesso, il virologo?". Era stato involontario ma buon profeta il numero uno della Juventus. Si sono solo invertite le parti, oggi sono gli ayatollah lunari del Comitato tecnico scientifico che fanno i calciatori, che fanno i ristoratori, che fanno i bagnini. Nell'Italia in cui sono consentiti gli assembramenti e le passerelle per il ritorno di Silvia Romano ma in cui si fanno le multe ai ristoratori distanziati che protestano perchè sta per andare in fumo la loro attività di tutta una vita compreso lo stipendio dei propri dipendenti, ormai ci sta tutto. Se fra noi c'era chi pensava che il protocollo medico per la ripresa del calcio, palesemente inapplicabile oltre che molto costoso, fosse solo un pretesto per non far ripartire il calcio, si è sbagliato. Ci siamo sbagliati. Tutti i protocolli sembrano fatti apposta per non far ripartire nulla: negozi, ristoranti, attività balneari, lavoratori del calcio. Tutti sulla stessa barca, inerti e inebetiti, tutti spettatori impotenti delle conferenze stampa del bonus monopattino. E quindi prepariamoci, a non ripartire con ogni probabilità a giugno e, a questo punto, nemmeno ad agosto, o a settembre o a ottobre. L'avete letto il medico del Gubbio, Serie C italiana? "Senza l'esistenza di un vaccino, è inconcepibile anche solo pensare di giocare a calcio". Fra poco il ministro Spadafora lo eleggerà a suo beniamino. E visto che il vaccino arriverà boh non si sa quando continueremo a non giocare e a non vivere ancora per molti e molti mesi, saranno contente le curve, cui lo stesso ministro sta affidando le leve di comando del calcio: se non sono d'accordo loro, non si gioca, più o meno la posizione sostenuta in Parlamento. A proposito, le curve sono state splendide nei momenti più duri della pandemia: hanno fatto e organizzato solidarietà, hanno aiutato i bisognosi, si sono sbattuti i ragazzi in tutte le città e hanno supportato e applaudito medici e infermieri. Bravissimi, chapeau. Ma oggi i loro striscioni non si possono leggere: ci sono i morti, non si gioca. Perchè ragazzi, scusate, a 2021 inoltrato, quando finalmente, forse, il calcio potrà ripartire, non ci saranno più i morti? La verità è che questi morti del Covid ce li porteremo nella testa e nel cuore per anni e anni, decidete voi quindi se per anni e anni non si potrà giocare a pallone in questo Paese. Medico del Gubbio permettendo, naturalmente.

Veniamo a noi, se ci riusciamo. Leggo ormai da settimane di autonomia, di dignità, di competenza. Tutto molto nobile, tutto assolutamente legittimo, mancherebbe. Ma se l'atteggiamento è io arrivo, io decido e tu proprietà non metti bocca perchè l'unico competente sono io e la responsabilità è tutta mia, non solo Galliani e Braida non avrebbero vinto, ma sarebbero durati più o meno quando stanno durando da diversi anni a questa parte i dirigenti del Milan, sotto varie insegne e sotto varie proprietà. So bene ad esempio, ahime, quello che accade all'Inter: il bravissimo direttore Marotta riesce a far fare alla sua attuale proprietà più o meno le stesse cose che pensava e chiedeva il suo predecessore, il buon Antonello. Perchè questo? Perchè con una proprietà bisogna saperci lavorare, bisogna saperla prendere, bisogna dimostrare ogni minuto in ufficio e in riunione di avere visione e di avere carisma. Il feeling quando ci sono progetti importanti e tanti ma tanti milioni di euro in ballo deve essere vivido, al passo, qualcosa di testato e confermato ogni giorno. Non solo: deve essere proiettato sul futuro, declinato al domani e al dopodomani. Non è un caso che l'Inter abbia trovato pace, con l'arrivo di Marotta. Scusate, ma voi sentite mai parlare dell'Inter? Sentite spifferi, correnti o quant'altro? Non ci sono feuilleton, non ci sono telenovele, nulla di nulla. Il punto di equilibrio interno lo hanno raggiunto, grazie a Marotta che sa come farsi ascoltare da una proprietà molto esposta economicamente, cosa che un po' è un dono di natura, un po' la si coltiva quotidianamente con il tempo e con l'esperienza. E' da fine 2012, ma soprattutto da fine 2013, che quando si entra a Casa Milan bisogna invece usare la bussola e che si fa fatica a costruire un team compatto al vertice senza il quale ben difficilmente potrà esserci una squadra compatta sul campo. Sul fronte avversario no, tutto compattato, tutto silenziato. Il Milan invece è la dimostrazione plastica, da ormai sette-otto anni a questa parte, di quanto ci voglia un attimo ad entrare in un circolo vizioso e quanto sia lungo e tormentato il percorso per uscirne. E come sia stato grave pensare di staccare anni fa la spina, presumendo di poterla riattaccare di lì a poco a proprio uso e consumo. La spina di una grandissima società di calcio sai che la stacchi, sai come e quando la stacchi, ma poi riattaccarla è dura...

Leggo da più parti la stessa accusa che veniva rivolta, circa cinque anni fa, alla storica proprietà di Silvio Berlusconi: troppe bandiere ammainate, troppo poco rispetto per la storia. A Berlusconi e Galliani venivano ricordati Ambrosini, Seedorf, Inzaghi, Brocchi eccetera. Oggi alla proprietà rappresentata dal fondo Elliott vengono messi in conto Leonardo, Gattuso, Boban. Curiosa la coincidenza. Ripeto è il loop, è il mood negativo datato 2012-2013 che si divora le bandiere, non le proprietà brutte e cattive. Ma visto che il refrain è questo, una sola preghiera: togliete Gattuso dall'elenco. Sgombriamo il campo da questa cosa, Gattuso sarebbe rimasto al Milan se avesse potuto dialogare direttamente con la proprietà e gli uomini della proprietà. Alla fine il suo piano, con qualche aggiustamento e con la giusta dose di mediazione sarebbe passato. Ma Gattuso rappresentava una filosofia che la dirigenza sportiva, suo diritto mancherebbe, non apprezzava. E sempre Gattuso era dispostissimo a tornare al Milan anche a fine settembre, quando ormai l'esperienza Giampaolo stava per concludersi, a patto di avere la possibilità di confrontarsi direttamente con la proprietà. Non è vero quindi che esistevano divergenze sulla politica dei giovani fra Gazidis e Gattuso. Un modo per mediare e per migliorare Rino lo avrebbe trovato. Invece le cose sono andate diversamente. Perchè insisto su Gattuso? Perchè lui e Pioli sono esempi virtuosi negli ultimi sette-otto anni tormentati di Milan. Gattuso per il cuore e per il milanismo, riconosciuti dalla squadra e fatti propri dalla squadra come spinte e come motivazioni, ma anche che per la sua bravura di allenatore dimostrata a ulteriore conferma nella temperie di Napoli, Pioli per la duttilità, per l'equilibrio, per la disponibilità. Ha sempre e solo pensato a costruire in questi suoi mesi rossoneri Stefano Pioli, è sempre stato un punto di riferimento lucido, stabile. Certo ha perso a Bergamo, certo ha perso nel secondo tempo del derby anche se non per sue colpe dirette, ma in ogni caso ha dato a questa stagione il massimo del senso e dell'identità che era possibile oggettivamente dare in una situazione ingarbugliatissima. Tra Suso e Piatek svaniti nel nulla, tra giovani che dovevano avere il loro tempo di crescere, tra Ibra da inserire e scelte tattiche da fare velocemente, Pioli non ha mai perso l'equilibrio, non è mai entrato nel merito delle diverse posizioni esistenti attorno a lui, ha pensato solo a lavorare e cucire, cucire e lavorare. Sia che resti sia che non resti, è così che si fa, per cui, anche nell'ipotesi contraria, qualcosa di Pioli rimarrà comunque nel Milan.