I rischi veri e quelli presunti. Il centrocampo va rafforzato. Nessun rimpianto, buon lavoro Pioli

12.10.2019 00:00 di Mauro Suma   Vedi letture
I rischi veri e quelli presunti. Il centrocampo va rafforzato. Nessun rimpianto, buon lavoro Pioli

Spesso Silvio Berlusconi e Adriano Galliani ci hanno ricordato di aver preso il Milan in un'aula di tribunale e di aver dovuto saldare anche i debiti con il macellaio di Carnago. Ma era vero. All'epoca il fallimento era una ipotesi piuttosto concreta, anche perchè il Milan era molto meno globale di oggi e il grido di dolore di Gianni Rivera nel 1975 fra i salotti milanesi rimase inascoltato, così come l'appello di Felice Colombo dopo la squalifica per le scommesse nel 1981. A Rivera rispose un imprenditore triestino come Vittorio Duina prima e uno per l'appunto di Bellusco (Monza Brianza) poi. A Colombo rispose un agricoltore vicentino. Per arrivare a oggi, noi abbiamo scritto prima di tutti qui, rendendo un servizio concreto ai tifosi, che il Milan nell'estate 2018 era stato salvato dalla mancata iscrizione al campionato. Ora che il pensiero che avevamo percepito è stato dichiarato ed è affiorato in superficie, è iniziato il dibattito. A livello di opportunità, è sempre meglio ricordare difficoltà e salvataggi dopo aver vinto e rivinto come fecero il presidente Berlusconi e l'ad Galliani. Ma se nell'inverno 1985-86 il rischio del fallimento del Milan era reale, nell'estate 2018 non altrettanto. Qualcuno sarebbe sicuramente intervenuto a impedirlo. Elliott ha però certamente, e su questo non c'è alcun dubbio, dato tranquillità economica al Milan, rendendo sereni gli aumenti di capitale e mettendo in sicurezza i suoi conti. Con prevenzione si va sostenendo che anche senza Elliott, sarebbe stato disponibile Rocco Commisso a salvare il Milan. Parlare di Rocco Commisso, in questi giorni di forte incazzatura e amarezza da parte dei tifosi rossoneri, significa parlare di una proprietà fisica, reale, con un nome e un cognome. Mentre Elliott viene percepito come una proprietà transitoria, un fondo che viene e che va, qualcosa di etereo. Andiamo al punto allora e qui la domanda semplice semplice è: Commisso avrebbe retto un passivo di meno 100 all'anno come sta facendo Elliott? La nostra risposta è no, tant'è che il tycoon americano di cui cari amici ci hanno sempre parlato tutti molto bene dagli Usa mentre attorno a noi qui a Milano un anno e mezzo fa veniva descritto come un improbabile uomo d'affari calabrese (...), è andato sulla Fiorentina che certi passivi (buon per lei in ogni caso) se li sogna. Alla fine, se Elliott viene percepito come una proprietà di passaggio, lo sarebbe stato come minimo anche Commisso con la prospettiva di essere di nuovo da capo a dodici in tempi brevi e con una proprietà meno strutturata, meno forte meno e solida di quella rappresentata dalla famiglia Singer.

Il rischio in periodi fortemente emotivi come quello che stiamo vivendo, è di volerla dire più forte dell'altro. E il rischio dell'inopportunità diventa concreto, reale. Ecco, in momenti come questo l'alto tasso di inopportunità va evitato, sia per chi ha responsabilità sia per chi non le ha. Meglio resistere alle tentazioni e aspettare il campo. Eravamo a San Siro il giorno in cui giocò Rigamonti in porta contro il Torino e venne arrestato Albertosi a fine partita. Avevamo 14 anni e il massimo della nostra protesta fu rientrare a casa a testa bassa e con la morte nel cuore. La forza di scagliarci contro il Milan, sangue del nostro sangue, non l'abbiamo mai avuta nemmeno a 14 anni. E non abbiamo nemmeno la doppia identità o la doppia vita per iniziare a farlo a 54. Ma siamo fatti così, attorno a noi infuria la tempesta ma noi come sempre abbiamo solo voglia di battere il Lecce, di iniziare a vedere qualche progresso e di provare a far scoccare la scintilla a Roma. Insomma, alla macchina della verità preferiamo il pallone. Da sempre e per sempre. E qui cominciamo a discutere, con i nodi che devono arrivare al pettine. Noi, non ci nascondiamo dietro un dito, abbiamo sempre detto tre cose: la rosa nel suo insieme è più profonda e forte della scorsa stagione, dobbiamo inserire bene i nuovi e dobbiamo recuperare Paquetà e Piatek. Dal momento che, contrariamente al sentito dire che divide et impera, abbiamo le nostre fonti, di queste cose parliamo sempre e costantemente con 3 allenatori del recente passato del Milan. Ci dicono questo: occhio, senza Bakayoko, Abate e Zapata la rosa è meno solida ed esperta dell'anno scorso, occhio che fra i nuovi ci sono ragazzotti che devono crescere e se c'è troppa pressione in giro rischiano di far fatica, occhio che a centrocampo il Milan non ha un reparto dominante e se Biglia è ancora quello più forte rischi di avere un problema vero. Ci dicono anche all'unanimità: Leao bene, è forte. I pareri però si dividono su Paquetà: è una mezz'ala, no è un trequartista, guarda come va sempre anche lui a cercare l'uno contro uno. Tiriamo una linea e sintetizziamo: vero, Bakayoko manca anche a noi, non ruberà l'occhio ma ne sentiamo la mancanza in questo momento; il centrocampo era così così anche nel 2009-10 e la società tirò una riga spostandolo, by-passandolo, facendo il 4-2-fantasia che spostava in avanti l'asse della squadra. Però dietro il Milan aveva Nesta e Thiago Silva a guardare le spalle, miti che oggi non ci sono. Pazienza, quel Milan aveva campioni offensivi che rientravano poco, oggi sono più giovani e possono rientrare di più dando più equilibrio alla squadra. Ebbene sì, lo faremmo il 4-2-3-1, cercando però di non lasciare più metà campo da vendere. Donnarumma e Reina devono stare in porta, non uscire continuamente dai pali. La squadra deve fare una fase difensiva meno ansiogena e rischiare meno, troppe 3 espulsioni nelle ultime 5 partite. Segnale di affanno, di poco controllo della situazione. Questa squadra può essere, se cresce e progredisce, meglio della scorsa stagione, ma oggi ancora non lo è. 

Buon lavoro allora, mister Pioli. Non ne ha parlato Boban di Spalletti e non ne parliamo nemmeno noi. Siamo certi che tutti i margini di manovra possibili il Milan li abbia esplorati, quando però il Milan si è accorto che impelagarsi in una vicenda tutta interna ai rapporti fra Inter e Spalletti avrebbe significato perdere tempo quando tempo non ce n'era più, ha fermato le bocce. Ed è andato su un allenatore che non fa ululare le folle, ma che non farà lo sperimentatore e non farà manovre spericolate. Pioli farà cose giuste e semplici. L'importante però adesso è la squadra. La squadra è più forte di quello che ha espresso per 7 giornate. La società ha promesso di essere meno low profile ed è stata molto trasparente in questo, molto disponibile a mettersi in discussione, segnale non di una permanenza breve ma lunga. Corretto, ma ci permettiamo: i tifosi e l'opinione pubblica sono fondamentali, ma la squadra lo è ancor di più. I giocatori devono sempre dare tutto: per la società, per la maglia, per la loro professionalità, per i tifosi e per il rispetto di se stessi. Ma a volte dare tutto non basta. A volte serve ancora qualcosa in più, ma per andare nel fuoco e oltre il fuoco i giocatori devono riconoscersi in qualcuno, devono andare nel fuoco con chi e per chi è disposto ad andarci con loro. Questo è un passaggio determinante, ineludibile: negli ultimi anni si sono alternate tante figure a Milanello, bisogna che ne venga definitivamente riconosciuta una vera, inossidabile, occhi negli occhi con la squadra, una guida alla portata, una guida della porta accanto. Serve collante, serve cemento, serve parlare alla squadra sedendosi accanto a lei e condividendo quanti più momenti possibili. Abbiamo fatto 25 e con Pioli faremo 30, ma il passo più decisivo di tutti sarà quello per fare 31. E lo faremo quando saremo un gruppo non solo educato, ma vero.