I torti di Ibrahimovic, l’arrivo di Kalulu, il ritorno di Thiago Silva e il nervosismo di troppi giocatori

16.06.2020 00:00 di Alberto Cerruti   Vedi letture
I torti di Ibrahimovic, l’arrivo di Kalulu, il ritorno di Thiago Silva e il nervosismo di troppi giocatori

Il calcio è tornato, viva il calcio. Peccato, però, che il Milan si sia complicato la vita da solo sul campo della Juventus, prima con quel rigore regalato da Conti, ma soprattutto dopo con quell’entrata a gamba tesa e alta di Rebic, proprio lui, l’uomo più atteso. In inferiorità numerica e per di più sul campo della Juventus, anche se senza pubblico, il Milan è riuscito a limitare i danni, ma non l’eliminazione. E la colpa non è sempre dell’arbitro, ripensando al rigore di San Siro, che in pratica ha deciso la qualificazione quando Ronaldo non ha fallito la trasformazione per l’1-1 finale. La colpa è anche di un eccessivo nervosismo nella truppa, figlio delle troppe incertezze societarie che influiscono negativamente in qualsiasi squadra, come ha sottolineato Zaccheroni in tempi non sospetti. Ricordare, per credere, le tre ammonizioni dell’andata che hanno provocato le squalifiche di Ibrahimovic, Hernandez e Castillejo, cui sono seguiti il fallaccio di Rebic e il cartellino giallo di Bonaventura che stava per diventare rosso. Un nervosismo sfociato proprio alla vigilia della ara di Torino, quando Ibrahimovic ha alzato la voce accusando Gazidis di non essersi più fatto vedere, con la velenosa conclusione che questo non è più il Milan di una volta. Verità sacrosanta, che però Ibrahimovic non poteva scoprire in giugno e soprattutto che non avrebbe dovuto rinfacciare a un dirigente davanti a tutta la squadra. I giocatori devono fare i giocatori, anche i migliori, i dirigenti devono fare i dirigenti e gli allenatori devono fare gli allenatori, ognuno al suo posto cioè, questa è la morale se si vuole avere e ricevere rispetto.

E così, per la serie “meglio tardi che mai” tutti hanno finalmente capito che il futuro di Ibrahimovic non sarà al Milan. Il problema, però, non è il suo addio a Milanello, stavolta senza ritorni, bensì quello della ricostruzione della squadra che non può essere una nidiata di giovani talenti, o presunti tali. Avete visto che fine sta facendo Leao, che prima Giampaolo e poi Pioli hanno cercato invano di stimolare in tutti i modi, impiegandolo dall’inizio, durante la partita o lasciandolo addirittura in panchina? Adesso è stato preso a costi zero il ventenne difensore Kalulu, prelevato dal Lione, a fine scadenza come un trentenne e qualche dubbio è lecito porselo. Ma anche se riuscisse a impressionare bene come Hernandez, con undici Hernandez o Kalulu non si costruisce una squadra vincente.

L’esperienza del primo grande Milan di Berlusconi e Galliani, che incominciò a vincere lo scudetto nel 1988, insegna che insieme con il più giovane Maldini (19 anni) c’erano il meno giovane capitano Baresi (27 anni) ai quali si aggiunsero Ancelotti (28 anni) e i due grandi stranieri Van Basten (22 anni) e Gullit (25), senza i cosiddetti talenti da lanciare e valorizzare. Il classico mix di esperienza e gioventù che però manca nei piani futuri del Milan. Per questo è stato chiamato d’urgenza Ibrahimovic a Natale, quando però era già troppo tardi per raddrizzare la stagione che infatti è ancora seriamente compromessa. E per questo non è il caso di aggrapparsi di nuovo alla nostalgia, richiamando Thiago Silva lasciato libero dal Psg per fare il badante dei nuovi talenti. Ma la lezione sarà servita?