Ibra come Rivera ha più passato che futuro. Baresi e Braida più coinvolti di Boban e Maldini per il nuovo Milan

26.05.2020 00:00 di Alberto Cerruti   Vedi letture
Ibra come Rivera ha più passato che futuro. Baresi e Braida più coinvolti di Boban e Maldini per il nuovo Milan

Lasciamo stare la scaramanzia, visto che Ibrahimovic si è infortunato in un giorno maledetto per il Milan, battuto il 25 maggio 2005 nella finale di Champions dal Liverpool dopo aver chiuso il primo tempo sul 3-0. Non fu soltanto sfortuna allora, semmai un delitto regalare tre gol agli avversari, come non è stata soltanto sfortuna ieri. Ibrahimovic, infatti, non è stato colpito casualmente da un avversario in una partita, ma si è fermato da solo in allenamento dopo aver avvertito un forte dolore al polpaccio e soltanto nel corso della giornata di oggi sapremo quanto dovrà rimanere a riposo. Per lui non c’è nemmeno l’alibi valido per tutti gli altri della inattività, perché è stato l’unico rossonero, anzi l’unico tra tutti quelli che giocano in Italia ad essersi allenato con una squadra vera, nel “suo” Hammarby, in Svezia. E’ tornato a Milanello tirato a lucido, insomma, senza nemmeno il fastidio della “quarantena” cui si è disciplinatamente sottoposto Cristiano Ronaldo. E allora perché si è infortunato proprio adesso? La risposta è semplice. Perché anche se si ha un fisico superallenato, il dolorino come minimo, la contrattura, o peggio qualche altro guaio fisico, possono capitare con maggiore frequenza a chi ha 38 anni rispetto a chi ne ha dieci di meno. Non a caso, era questa l’unica perplessità che avevamo sul ritorno di Ibrahimovic al Milan e ne avevamo anche parlato con Boban il quale però ci aveva assicurato che tutti i test atletici cui si era sottoposto a Milano erano eccellenti. Fin qui è andata bene, ma personalmente non sono sorpreso per questo stop, nel ricordo di quanto capitò a Rivera nel 1979, il famoso anno della “stella”. Il capitano, che nella sua lunga carriera non aveva mai avuto grandi infortuni e aveva un fisico integro, continuava a fermarsi per dolori muscolari, giocando soltanto 13 delle 30 partite di campionato. E alla fine, suo malgrado, si convinse che a 35 anni doveva lasciare il calcio. Tutto questo per dire che in futuro non sarà più il caso di aggrapparsi a grandi campioni a fine carriera perché il rischio di infortuni è troppo alto, anche se questo non autorizza a puntare soltanto sui giovani. L’ideale, infatti, è sempre una via di mezzo tra ventenni e trentenni.

La giusta via di mezzo dovrebbe valere anche per la nuova società in cui non ci possono essere soltanto stranieri che non sanno che cosa è il Milan. E allora, visto che è già stato fatto il nome di Braida come possibile uomo d’esperienza per aiutare Rangnick, ci permettiamo di aggiungere quello di Baresi che tra l’altro è già in società e da oltre quarant’anni ha vissuto, anche se come semplice ambasciatore del club, tutti i momenti belli e brutti del Milan da Berlusconi a Elliott. Il fatto che parli poco non significa nulla, perché anche Maldini parla poco. L’importante è che Baresi e con lui Braida vengano coinvolti più di Maldini e Boban e non scavalcati o strumentalizzati come loro. Nessuno, infatti, nemmeno Maldini, ha maturato l’esperienza di allenatore e poi di responsabile del settore giovanile come Baresi. E una sua parola, come quando era in campo o nello spogliatoio, vale più di tanti discorsi. A maggior motivo in una società di muti, visto che Singer padre e figlio non hanno mai detto una parola ai tifosi e il loro primo rappresentante, Gazidis, li segue a ruota. Se davvero Braida e Baresi avranno un ruolo e non saranno sfruttati per dire ai tifosi che c’è rispetto per il passato, allora Rangnick potrà avere un aiuto indispensabile. Altrimenti sarà tutto più difficile, per lui, per il Milan e per i tifosi.