Il cuore era nerazzurro... Che fine ha fatto la dinamica? Il lavoro di Pioli

15.02.2020 00:00 di Mauro Suma   Vedi letture
Il cuore era nerazzurro... Che fine ha fatto la dinamica? Il lavoro di Pioli

Ieri era San Valentino. E la mia giornata è iniziata con un whatsapp con l'emoticon del cuore. Perfettamente in tema, direte voi. Certo che no, non era una fidanzata che si faceva viva dopo tanti e tanti anni e nemmeno un messaggio di mia moglie che era in casa con me e sarebbe stato in effetti bizzarro. Niente di tutto questo, era un grande appassionato di calcio. Mettetevi comodi: non era milanista e nemmeno juventino. Era interista...Accanto al cuore c'era la foto di Gigi Buffon che abbracciava Valeri alla fine del Milan-Juventus di coppa Italia a San Siro. Sorridente il portierone e sorridente l'arbitrone, tutti felici e contenti. La frase del noto tifoso nerazzurro era: "Certi amori non finiscono". Per carità, una battuta. Di un interista a un milanista, il giorno dopo. Perchè vedete, milanisti e interisti si detestano a livello ancestrale, atavico, storico, tutto. Ma il giorno dopo le partite contro quelli di Torino, almeno per qualche ora si guardano con occhi diversi e si detestano un po' meno del solito. Accade a turno ad entrambe le parti, solitamente, ritualmente, inevitabilmente, implacabilmente. Da parte mia, nessuna allusione. Rilevo solo che per tutta la partita il volto di Valeri nei confronti dei giocatori del Milan è stato arcigno, severo, fiscale. Come quando ha imperversato su Theo Hernandez e Castillejo, non soltanto ammonendoli ma mortificandoli. Eppure, improvvisamente, a fine partita, si è sciolto in un sorriso. Nè con Theo e nemmeno con Casti, evidentemente. Ma con Gigi. Potenza di Gigi. E senza raggiungere i toni di Salvini, quando una partita viene arbitrata male, entrambi si lamentano. Per qualche episodio i tifosi juventini. Per la conduzione sistematica della partita i tifosi milanisti. Per qualche articolo i bianconeri, per la linea editoriale i rossoneri, giusto per capirsi.

Analizzato il sentiment, passiamo all'istituzione. Il Milan non ha strepitato dopo la partita di San Siro: niente isterie, niente sceneggiate. Stefano Pioli ha parlato di calcio anche nell'analizzare gli episodi arbitrali, Paolo Maldini non ha drammatizzato e ha iniziato a pensare al ritorno. Il Milan non perde la sua serietà per una partita di calcio, ancorchè importante. Ma non incazzarsi non significa non vedere quello che accade. Il punto di riferimento rossonero, però, non è il singolo, non è l'arbitro, non è Valeri. Il focus del club è puntato più in alto: sono le regole del gioco. Su queste il Milan chiede e si aspetta chiarezza, punto su cui nel post-partita di San Siro sia Pioli che Maldini hanno insistito il giusto e senza intemperanze. Visto che Milan-Juventus è terminata ma la stagione continua, capiamoci allora una volta per tutte. Che fine ha fatto la dinamica? Il designatore Rizzoli aveva chiaramente spiegato a inizio stagione, sull'episodio di Cerri in Cagliari-Brescia, che se il braccio è largo, ma, senza guardare la palla, il difendente è in salto, con la palla alle spalle e con il corpo proteso nel tentativo di intervento, si guarda alla dinamica e non alla geometria. Nello specifico, Calabria aveva il braccio largo perchè stava saltando, non perchè ha usato il braccio per andare verso la palla. E sul braccio in salto, da pochissimi centimetri, gli è arrivata addosso la palla di Cristiano Ronaldo. Dinamica, non punibile. Eppure l'episodio è stato considerato, contrariamente alle disposizioni dello stesso Rizzoli, geometria e quindi punibile. L'importante è capirsi. Per la prossima volta. Perchè ci sarà una prossima volta, visto che il Milan di partite contro la Juventus ne deve fare ancora due.

Stefano Pioli ci aveva messo un mese a mettere a posto il Milan senza Ibra, ci ha messo molto meno a mettere a posto il Milan con Ibra. L'allenatore rossonero sta azzerando le etichette: le sta tritando una dopo l'altra. Non sta agendo da normalizzatore, nemmeno da traghettatore e neppure da curatore fallimentare o da padre spirituale come altre improbabili definizioni lo descrivevano. Stefano Pioli sta facendo un lavoro. giustamente e sacrosantemente apprezzato dalla società. Un lavoro che, ad altissimi livelli, un lavoro che non tira a campare ma che si è visto per ben 3 tempi su 4 delle 2 partite contro le due squadre più forti del campionato. E lo sta facendo questo lavoro, sull'onda di una delle campagne acquisti estive più importanti degli ultimi anni. Dell'estate 2017 sono emersi 2-3 titolari: Kessie, Calhanoglu e a tratti Conti. Dell'estate 2018 ne è assurto al ruolo uno: Castillejo. Dell'estate 2019, eccoci, siamo saliti a quota 3-4: Theo Hernandez, Bennacer, Rebic e a tratti Leao. Ecco cosa deve fare il Milan: unire le forze, rafforzarsi e gestire le forze. La Champions League non è lontana. Non parlo di questo campionato, dove ci vorrebbe un mezzo miracolo e forse qualcosa in più. Ma del prossimo. Roma e Napoli in calo, Lazio e Atalanta da verificare, ferme restando Inter e Juve, con l'inserimento di 3-4 giocatori caratteriali solidi rispetto all'ottima base di lavoro e di qualità che abbiamo sotto gli occhi, nel maggio 2021 il Milan è in Champions. Senza elettricità, senza farsi autogol, senza agitazioni e senza divisioni vere o presunte che fanno solo perdere tempo e che non mi risultano, se il Milan capisce che è già sulla strada e non deve ritornare al Via, la Champions, letto, firmato e sottoscritto, non è lontana. E poi lì inizia un'altra vita. Ma attenzione: se Ibra dovesse smettere a giugno, cosa che preferirei avere io una influenza di quelle pesanti, lascerebbe un cratere dal punto di vista tecnico e mentale. Da colmare, per continuare il lavoro che società, allenatore e squadra stanno facendo. E che ha un senso, eccome se ce l'ha.