Il falso problema dell’allenatore. Senza grandi giocatori il Milan non tornerà mai in Europa.

07.04.2020 00:00 di Alberto Cerruti   Vedi letture
Il falso problema dell’allenatore. Senza grandi giocatori il Milan non tornerà mai in Europa.

Pioli andrebbe confermato. Usiamo il condizionale perché a fine campionato, anche se nessuno sa se, e quando, finirà questo maledetto campionato, l’allenatore rossonero verrà più o meno gentilmente messo da parte, malgrado abbia il contratto per un’altra stagione. Al suo posto arriverà il professore tedesco Ralf Rangnick, o in alternativa un altro allenatore che potrebbe essere Spalletti, prima scelta dopo l’esonero di Giampaolo, se scioglierà il suo legame contrattuale con l’Inter. Tanta attenzione sul nome del prossimo allenatore del Milan è comprensibile dal punto di vista mediatico, ma fuorviante dal punto di vista tecnico, perché in campo vanno i giocatori e la differenza, nel bene e nel male, la fanno loro. In questo senso l’esempio più clamoroso lo offre proprio il Milan. Ricordare, per credere, la doppia esperienza di Sacchi e Capello, opposti per idee e carattere, ma accomunati nella loro parabola discendente.
 

Sacchi, che regalò i primi titoli a Berlusconi con la storica doppietta (’89-’90) in coppa dei Campioni, fu richiamato d’urgenza all’inizio di dicembre 1996 al posto di Tabarez, ma il suo secondo Milan finì soltanto all’undicesimo posto, peggior piazzamento dei 31 anni della gestione Berlusconi. Al suo posto, nel giugno del 1997, fu richiamato Capello, che preferì tornare al Milan invece di guidare il Real Madrid in Champions League, dopo aver strappato il titolo di campione di Spagna al Barcellona del primo grande Ronaldo. Dopo aver vinto tre scudetti consecutivi, come non aveva fatto Sacchi, e soprattutto dopo aver vinto scudetto e Champions League nella stessa stagione (1994) come non è mai riuscito a nessun altro allenatore italiano, prima e dopo di lui, Capello con il suo secondo Milan finì soltanto al decimo posto, appena un gradino più su del suo predecessore.

Sacchi e Capello erano sempre gli stessi. Purtroppo per entrambi, però, erano cambiati i rispettivi giocatori, perché un conto è avere il miglior Van Basten e il miglior Baresi, un altro è avere Dugarry e Bogarde. Ecco perché è sbagliato pensare che un presunto guru proveniente da un altro Paese, o comunque un qualsiasi nuovo allenatore italiano, possa da solo fare la differenza, senza un organico all’altezza. E allora, invece, di preoccuparsi di ringiovanire la squadra con presunte promesse, tipo Leao, nella speranza di rivenderle per guadagnarci, Gazidis e i suoi nuovi collaboratori stranieri dovrebbero preoccuparsi di prendere come minimo un paio di grandi giocatori, in grado di garantire classe ed esperienza per il tanto atteso salto di qualità. Se è bastato un campione al tramonto come Ibrahimovic per dare la scossa a quest’ultimo Milan, figuratevi che cosa potrebbe dare un Ibrahimovic più giovane, o meglio ancora due. Soltanto così, con una politica che pensi anche all’aspetto tecnico, oltre che anagrafico ed economico, il Milan potrà sperare almeno di partecipare alla Champions.

Altrimenti si spargeranno soltanto ulteriori illusioni, prendendo in giro i tifosi con altri nomi nuovi di sconosciuti stranieri. Perché questa, purtroppo, è la triste costante delle ultime stagioni che nessuno può smentire.