Il punto non è Pioli-Rangnick. Tonali, un’idea da Milan. Vlahovic non basta

10.07.2020 00:00 di Luca Serafini Twitter:    Vedi letture
Il punto non è Pioli-Rangnick. Tonali, un’idea da Milan. Vlahovic non basta

La storia del calcio, che dimostra inequivocabilmente come i bravi allenatori sappiamo dare un quid alle squadre forti e un’organizzazione a quelle più deboli. I tecnici super gestiscono al meglio i grandi giocatori allo scopo di vincere, gli altri cercano di ottenere il massimo da quello che hanno. Non ci sono scienziati, ci sono idee e psicologia. Un allenatore può essere determinante solo in negativo: le eccezioni in un secolo e mezzo di pallone sono due o tre. Non di più. Se non hai campioni e fuoriclasse, non vinci. I recenti casi di Conte e Guardiola, i primi tempi di Klopp a Liverpool, la china che ha preso la carriera di Mourinho... Potrei andare avanti per ore.

Stefano Pioli si è guadagnato gradi sulla divisa e onore come uomo, ma il futuro è scritto e i Singer non torneranno indietro: arriva Rangnick, si cambia ancora. Peccato per Pioli, perché dalla montagnetta di detriti accumulati in questi anni di rimpasti senza filo conduttore, è sbocciata una squadra brillante e determinata, convinta e coraggiosa, capace finalmente di difendere e addirittura incrementare i suoi vantaggi, o di ribaltare situazioni gravemente negative entrando nella storia dei confronti con la Juventus (prima volta di sempre da 0-2 a 4-2). 

Le componenti di questa lievitazione rossonera, sembrano incastrarsi in un magico puzzle con (quasi) tutte le tessere al loro posto. C’è Pioli, anzitutto: con la sua calma, la sua serietà, la permeabilità alle bufere che soffiano intorno a Milanello, senza entrare sui campi e negli spogliatoi. C’è Ibra con la sua granitica passione, l’incredibile ossessione mentale rivolta al massimo e il suo amore per questa maglia. C’è un gruppo serio, convinto e impegnato, finalmente tronfio di autostima e convinto delle proprie possibilità. Una squadra che in questo momento vanta una condizione fisica nettamente superiore a qualsiasi avversario e uno stato mentale ideale, forse favorito - per assurdo - dalla mancanza di pubblico e pressioni assillanti. C’è una dirigenza che ha portato al Milan Hernandez, Bennacer e Rebic poi (a gennaio) Kjaer, Saelemakers e Ibra: 6 titolari. C’erano tutte le componenti per andare avanti in questa direzione, ma il dado è tratto.

Il punto non è Pioli o Rangnick: il punto è la squadra. È su quella che bisogna lavorare, completandola e migliorandola partendo da una base affidabile. 

L’addio intempestivo e affatto strategico di Zvone Boban, che ha sbattuto la porta per interessi suoi anteposti a quelli del Milan (Leonardo e Gattuso se ne andarono in punta di piedi e rinunciando a molti soldi), ha convinto la proprietà a chiuderla una volta per tutte con le “bandiera”, puntando di testa propria su un unico manager plenipotenziario che costringa tutti a remare nella stessa direzione. Questa è la filosofia. 

Leggere di Tonali e Schick, Loboszlai e Vlahovic dà l’idea che ci siano ambizioni e piani, ma guai a rinunciare all’esperienza ancora una volta! Nella Milano rossonera c’è fretta, spero che lo abbiano capito finalmente: Calahnoglu ci ha messo 3 anni per imporsi, Rebic a Natale era già un oggetto misterioso, Conti un terzino da buttare e Kessie un incompiuto. Oggi sono affidabili e da “rosa” competitiva. 

Ma con loro servono veterani: con le scolaresche i musei si vanno a visitare i trofei degli altri, difficilmente se ne vincono di propri.