L'esempio di Rivera. I giocatori e la serietà

23.05.2020 00:00 di Mauro Suma   Vedi letture
L'esempio di Rivera. I giocatori e la serietà

Nessuna critica, un anno fa sono andato a Roma per Milan TV ad intervistarlo per i 40 anni dello Scudetto della Stella e mi sono letteralmente sciolto davanti a lui, esattamente come avrebbe fatto ogni Milanista. Perchè il Gianni è il Gianni, indiscutibile. Un mito intoccabile. Ma senza indugiare in particolari, tra Colombo e Farina, tra Zico e Ceulemans, è anche giusto, senza nulla togliere al Gianni, soffermarsi un attimo sull'esempio rappresentato da Rivera. Per capire come farne tesoro oggi e senza altre intenzioni. Mi hanno raccontato negli anni, fra Zignoli e Sabadini, fra Antonelli e Bet, che ogni tanto anche loro lo dicevano al loro Capitano: Gianni, ma era il caso? Era appena successo che Gianni fosse partito lancia in resta, contro il palazzo e contro gli arbitri. Del resto i suoi compagni, che gli vogliono bene e che lo adorano esattamente come tutti noi, un minuto dopo commentavano: del resto cosa vuoi, la società non era autorevole e doveva farsi sentire lui...Eccolo il punto: quando Gianni è diventato vicepresidente del Milan un minuto dopo il suo ritiro ("Lo Spettacolo è finito", la memorabile prima pagina di Forza Milan!" del giugno 1979), lui è entrato nella stessa società nella quale si trovava da giocatore: se stesso. E sono iniziati anni nei quali lui ha avuto la sua autonomia, ma in cui il Milan, non certo per colpa sua ma con la sua presenza in società non particolarmente significativa, è finito in Serie B. Ecco perchè Silvio Berlusconi, dopo aver messo il naso nei libri contabili disastrati del Milan per intere settimane, ha deciso che il suo Milan doveva essere qualcosa di diverso dalla Grande Gloria da sola al comando, rispetto alla quale bisognava alzare la mano per chiedere la parola. Non è vero che Berlusconi non volesse Rivera in società per non esserne oscurato, questa è la polpetta avvelenata servita urbi et orbi dagli odiatori del Silvio. La realtà è che Berlusconi aveva capito che Rivera non poteva essere un dirigente del gruppo, un dirigente in gruppo, un uomo del collettivo dirigenziale del club. Perche' non era la sua vocazione e in ogni caso, non dirette, non in primo piano, ma c'erano anche le sue responsabilità sulla lunga transizione che aveva portato il Milan sull'orlo non solo del fallimento, ma della sparizione. Ecco perchè al posto della Gloria assoluta rappresentata dal Gianni Nazionale, Silvio Berlusconi ha costruito quella filastrocca dirigenziale Berlusconi-Galliani-Braida-Ramaccioni che pronti-via era poca cosa, sul piano del "nome" rispetto a Rivera, ma che ha scritto il pezzo di Storia più luminoso, più trionfale, più lungo dell'intera epopea rossonera.

E' esattamente a questo che deve tendere il Milan: una formazione dirigenziale battezzata, chiara, resistente, solidale, compatta, continuativa. Senza uomini soli e senza autonomie intoccabili. Tutti per uno e uno per tutti. So bene di non essere qui a scriverlo per la prima volta e so bene del rischio di annoiare. Ma senza questa cosa qui, il Milan non tornerà mai in alto. I giocatori devono sapere che i loro dirigenti sono un blocco granitico, senza sponde e senza correnti. E devono accorgersi che la società sia la prima a credere in se stessa, solo così la direzione in cui va il board è anche la loro, che poi vanno in campo, che poi indossano la maglia, che poi non devono vivere nessun minuto di nessuna stagione come qualcosa di interlocutorio. Noi parliamo di unità di intenti e di compattezza, ma i giocatori declinano queste parole in un concetto unico e solo: serietà. Se la società è seria, allora si fa sul serio. Altrimenti, se non c'è "serietà", si rischia di distrarsi. Come accadeva quando la squadra aveva un dirigente di riferimento, al quale un altra parte della società dedicava striscioni carini ad ogni partita. Quello è esattamente il momento in cui i giocatori non si sentono dentro un progetto forte e serio. E quindi tendono a sedersi, a tirare a campare, a non dare tutto quello che darebbero in un clima di forte intensità e forti motivazioni progettuali. Il Milan della filastrocca di Berlusconi non ha prodotti solo Palloni d'oro e fuoriclasse: riusciva con il suo calore a far rendere di più e meglio anche altri giocatori importanti per le sue vittorie che magari non erano dei veri e propri cavalli di razza, mi vengono in mente Angelo Colombo a Dario Simic, ma ce sono stati anche tanti altri. Il Milan di oggi ha conservato rispetto a quei tempi l'efficienza della grande azienda, ma per ottimizzare sforzi e traguardi, deve ritrovare il calore della grande famiglia. Che non si produce schioccando le dita, ma irradiando l'umore giusto dal vertice del club verso tutte le ramificazioni della società. Squadra in primis.