L'inquietante legame tra arbitraggi e Fondo Elliott

28.02.2020 00:00 di Luca Serafini Twitter:    Vedi letture
L'inquietante legame tra arbitraggi e Fondo Elliott

Dopo Firenze, quello che più ha creato sconcerto sono stati i commenti e le interpretazioni regolamentari, riguardo allo scempio di Calvarese - o non è capace, o non è in buona fede: concediamogli la giornata storta a senso unico - da parte di molte testate di ogni tipo. Io sono di parte, ho fatto outing nel 1986 quando fui assunto da "Forza Milan!" che faceva parte del gruppo "TvSorrisi&Canzoni" mentre già da 3 anni collaboravo per SportMediaset (con Maurizio Mosca avevamo curato nel 1984/85 il programma "Mundial" su Italia 1, avevo 23 anni) e Berlusconi ancora non aveva acquistato il club. La maggior parte dei miei colleghi preferisce restare ultrà sotto traccia, quindi rispetto a me gode di maggiore credibilità e può permettersi qualsiasi castroneria, dietro il paravento della buona fede, dell’imparzialità. Fa ridere ma è così.

Chi ha visto la partita di Firenze è rimasto annichilito dagli atteggiamenti, ancora più che dagli errori, dell'arbitro che: 1) Va al VAR per il gol di Ibra, rapida occhiata a un paio di fotogrammi e decide che è "mani"; 2) Va al VAR per il fallo da ultimo uomo di Dalbert, solare e a campo aperto, e ci resta mezzo minuto a guardare almeno 3 replay differenti; 3) Ignora un fallo da rigore solare su Hernandez e non va al VAR; 4) Chiude la saga con l'invenzione del rigore su Cutrone senza andare al VAR. 

Ma noi siamo milanisti, non facciamo testo: AIA, Federazione, Lega, pagellari, commentatori, moviolisti, scienziati del regolamento (parenti dei virologi che affollano questa Italia malata, nei polmoni e nel cervello) ci hanno spiegato in lungo e in largo che Calvarese è stato impeccabile, quindi Pioli e Maldini pensino a fare il loro lavoro e non rompano i coglioni. Sì, esatto: non rompano troppo i coglioni nemmeno sulla montagna di ammonizioni, sulla persecuzione a Bennacer, su niente. Non contano niente, stiano zitti. Anzi, per premio Milan-Genoa a porte chiuse vi spediamo il culturista Doveri (quello del mani di De Sciglio al 90’ in Juve-Milan quando De Sciglio era rossonero; quello delle espulsioni di Bakayoko e Kessie a Bologna...).

Il punto è probabilmente questo. Da sempre gli arbitri (non solo in Italia) fanno andare le partite come vogliono loro perché sono pressati e condizionati: dal Palazzo, dall'ambiente, da chi grida più forte (Commisso lo ha capito presto), dal lignaggio di un club o dell'altro, dal vento che tira. Il vento che tira al Milan è di tempesta interna e di leggera brezza all'esterno. Il signorile, elegante post-berlusconismo milanista non infastidisce né il Palazzo né i Media. Fuori, siamo un club che da 3 anni cambia proprietari, dirigenti, allenatori e giocatori come al casello dell'autostrada a fine luglio. Dentro, prima un contabile interista e un osservatore che adesso fa l'opinionista, poi Leonardo che si sbrana con Gattuso, poi Gattuso che sbatte la porta, poi Boban e Maldini che pensano A e Gazidis che pensa B. Ecco adesso le voci di una nuova rivoluzione, come sempre associate alla cessione di Donnarumma che è diventato da 3 anni il nostro guinzaglio mediatico.

Non sono C.T. e raramente parlo di Nazionale se non come tifoso. Non sono geometra né architetto né ingegnere, quindi non parlo di ponti quando ne crolla uno e accade una tragedia. Non sono virologo e quindi non parlo di #coronavirus se non per dire che uso tutte le precauzioni del caso e ho molta paura che possa essere più grave ancora di quello che raccontano, o invece che sia tutto drammaticamente esagerato (il che non diminuisce la paura rispetto al disastro economico che sta determinando). Non so niente. Quindi non pretendo di dare lezioni al primo Fondo mondiale, Elliott, che vince le cause con i Governi più forti del pianeta, ha un asset da oltre 30 miliardi e distribuisce utili abbondantemente sopra il 10% da anni. Penso però che l'azienda calcio, l'azienda calcio italiana e il Milan Ac (il secondo club più importante del mondo, ormai solo per la sua storia) siano qualcosa di molto specifico da gestire. Empiricamente, dalla testa ai piedi non è molto differente rispetto a qualsiasi altra attività: ci vogliono un direttore generale preparato (che parli e capisca prima di tutto l'italiano oltre ad altre lingue straniere, e frequenti assiduamente uffici e palazzi, oltre che Milanello e San Siro...) e che conosca a fondo la realtà Italia-Milan; un direttore sportivo (che abbia un budget e ne disponga di concerto con la società, rispetto alle opportunità e ovviamente alla quadratura dei conti); un allenatore che sposi in toto la linea e sappia cos'è il Milan, perché la storia sono anche il presente e il futuro. Da questa base dirigenziale (la "Società"), si dovrebbe partire in direzione della continuità. La continuità è l'essenza della crescita. 

Il problema sorge quando dalla testa ai piedi, si arriva ai piedi. E quelli, con rispetto, li conoscono infinitamente di più Maldini e Boban di qualsiasi altro manager angloamericano. I piedi sottintendono la conoscenza di un campione per il talento, la personalità, il carattere. Stadio o non stadio, se il Fondo Elliott continua a puntare le sue fiches (solo) su Ivan Gazidis, senza prestare attenzione a ciò che serve a una squadra per tornare grande, significa che siamo alla viglia dell'ennesimo ribaltone. Dunque proseguirà la nullità nel peso specifico sportivo e politico nel calcio che conta. Per molti anni ancora. In quel caso la partita più importante continueranno a giocarla i tifosi, stremati e furibondi da ormai troppo tempo.