Le porte chiuse e il calcio. Il gol di Ibra farà Cassazione. Caro Cigno...

29.02.2020 00:00 di Mauro Suma   Vedi letture
Le porte chiuse e il calcio. Il gol di Ibra farà Cassazione. Caro Cigno...

Quando c'è un medico a Codogno che riesce a ritagliarsi sul piano umano e personale solo il fatto di riuscire ad andare a casa almeno e solo per farsi una doccia, tutte le altre cose stanno a zero. C'è un nemico invisibile per il nord Italia, arrivato chissà come e chissà da dove. Dietro il quale, tanti gesti molto meno invisibili si stanno manifestando. I posti di lavoro a rischio nella zona rossa e non solo, i turisti del Nord schifati e spernacchiati un po' ovunque (anche, purtroppo, in Italia), quella percentuale di psicosi che in vicende del genere salta sempre fuori. Non voglio mettere altra carne al fuoco e premetto: mi piace il modo in cui il Paese questa settimana ha lottato contro l'emergenza. Sono state messe in campo misure suggerite dai tecnici, come sempre accade nell'emergenza e nei momenti in cui la politica non ha tempo per fare i suoi calcoli. Quindi ben vengano le porte chiuse negli stadi del calcio, se serve e se è sinonimo di sicurezza. Sono sacrosante e vanno rispettate. Nel supremo interesse delle persone. Ma, scendendo di livello e andando giù nel nostro orticello, sul piano sportivo sono una intromissione indebita nel campionato di calcio. Che in questo weekend va in campo per regalare qualche momento di distrazione alle tantissime persone che sono preoccupate per la propria salute e per il proprio posto di lavoro. Che sia, mancherebbe altro. Ma se in una competizione c'è chi gioca a porte aperte e chi a porte chiuse, la competizione sportiva, che non è la cosa più importante ma che esiste a sua volta, non è più la stessa. E' sperequata. E' deformata. Ebbene sì, è falsata. Se bisogna dare una mano al Paese che deve ripartire il prima possibile, che si giochi. Ma forse, eoisticamente in un momento in cui non è possibile essere egoisti, sul piano strettamente sportivo era meglio aspettare e giocare a calcio. Perchè senza tifosi allo stadio, non è calcio. E' un'altra cosa. Ragioni superiori e sacrosante, ma non è calcio.

Veniamo da Firenze e pensiamo al Genoa. A Firenze sono successe due cose: è stato annullato un gol dell'altro mondo a Ibra ed è stato fischiato contro Romagnoli un rigore che non c'era. Partiamo da Ibra e dalla polpa, dalla sostanza, non dalla forma. Il gol a Firenze non è passato inosservato ad alti livelli, ebbene sì anche nel mondo arbitrale europeo. L'ingiustizia e la paradossalità dell'annullamento del gol di Ibra potrebbero indurre i vertici del calcio europeo a riflettere in estate: non si annulla il calcio, non si cancella così impunemente una giocata da incorniciare come quella. I tocchi di braccio del nuovo regolamento hanno cancellato la differenza esistente, esattamente come fra i semafori, fra falli scemi e falli intelligenti. Il nuovo regolamento fa di ogni fallo un fascio e uniforma tutto. L'augurio, come sembra, è che non sia più così: se un tocco di braccio scemo determinerà "direttamente" un gol, allora sarà giusto annullarlo. Se dopo un tocco di pancia che sfiora un braccio attaccato al corpo e su cui agisce un avversario in contrasto, ci sono tre azioni in una e si arriva al gol per altre vie, invece, mai più. Mai più annullare un gol del genere. Mai più nella vita, mai più nel calcio. Non stiamo dando un'alibi alla squadra. La squadra sa di aver giocato diversi minuti da polli, da squadra con la spina staccata nel secondo tempo di Firenze. E sa che questo "piccolo particolare" ha un suo peso. Ibra o non Ibra, ci sono dei momenti in cui il Milan di questa stagione rimane solo con se stesso: pulito e agghindato quando la partita va sui binari sui quali era stata preparata, frastornato e impalpabile quando la partita si arruffa, si spettina, si ingrugnisce. E questo non va bene. Ma la squadra lo sa. Dire invece che quello di Romagnoli non era rigore mai e poi mai, significare fare cronaca non fare il fornitore ufficiale di alibi. Romagnoli su Cutrone ha lavorato in maniera lecita: una spallata regolare, la palla allontanata verso destra perchè Patrick non poteva essere accompagnato avendo l'angolo di tiro a disposizione e poi Cutrone che toccando il tallone di Alessio determina la caduta di entrambi. Marmellata. Confusione. Esattamente (anzi non tanto, il doriano la palla l'aveva toccata molto meno di Romagnoli) come Murru si Piatek in Sampdoria-Milan della scorsa stagione. Ma il Milan è sempre nei premi: rigore negato a Piatek, rigore fischiato contro Romagnoli. "Quel tempo deve finire", dice Ben Bradlee, mitico direttore del Washington Post nel film, appunto, The Post. Non quel tempo mitico "Dire". Questo tempo. Questo tempo deve finire.

Premetto: sono e resterò un inguaribile sacchiano. E anche sufficientemente innamorato di Marco Van Basten da non sentirmi a disagio nel parlare si entrambi. E allora dico no, caro Marco. Non contaminare la favola. Il carillon del mito non si riapre mai. I conti fra Arrigo e Marco sono chiusi e dovevano restare chiusi. Anche tu Marco avevi detto negli anni ad Arrigo di aver capito tante cose dopo il calcio, dopo il campo, sul ruolo e sulla natura del suo lavoro. Perché allora improvvisamente questa amarezza? Questi colpi ahime bassi? Marco ti prego basta. Quel Milan e quella magia non si toccano. Non far tornare sulla terra l'immortalità calcistica, sia tua che di Arrigo.