Lettera a Paolo Maldini

31.05.2019 00:00 di Luca Serafini Twitter:    Vedi letture
Lettera a Paolo Maldini

Caro Paolo, da quando hai smesso di giocare ogni anno si parla di te in società e finalmente il 2018 è stato l’anno giusto. Ho detto e scritto spesso in questi mesi, come la tua sola presenza sia garanzia di un progetto serio, perché sono certissimo che - in assenza di una strategia credibile o se ritenessi la filosofia dei proprietari, troppo lontana dalla tua cultura e dal tuo senso di appartenenza - lasceresti tutto in un lampo. 

Così come non mi stanco di ripetere che un uomo con un cognome legato al Milan da quasi 70 anni, non ha molto da imparare ma casomai tantissimo  da insegnare. A tutti. È vero che un grande giocatore non deve essere necessariamente un grande dirigente, ma certamente parte molto avvantaggiato. Dunque per me e per chi ama il calcio e questo club, non è tanto importante cosa fai, ma solo il fatto che tu ci sia. Sei intelligente e fai tesoro dei tuoi errori, su questo siamo tranquilli. Ragionerai di pancia e di cuore, ma prevarrà sempre il cervello.

Ora finalmente ti è stato proposto un incarico di alto profilo: non deve essere facile restare solo, dopo il tritacarne che in questi anni ha disintegrato amici e icone (Leonardo, Seedorf, Inzaghi, Brocchi, Filippo Galli, ora Gattuso e anche Fiori). Aumentano le tue responsabilità e si moltiplicano le attenzioni, ma la tua storia parla di una grande stirpe con le spalle larghe: genitori, fratelli e sorelle. Tutti avete sempre lottato e sofferto. E vinto.

Capisco la tua meditazione profonda, in cui entusiasmo e dubbi si mescolano infidi. C’è da rifondare un assetto societario, rinforzare una delle squadre più importanti del mondo e migliorare un settore giovanile che produceva campioni. Pochi giorni fa, caduta la Primavera a Firenze, ho incontrato per caso Adriana e la tua splendida moglie mi ha detto: “Siamo più in pena per il morale di Daniel che per Paolo”. Non avevo dubbi. Conosco bene il valore della tua famiglia e il posto che occupa nella tua vita. Ho iniziato a rompere le balle a tuo papà quando tu eri ancora un ragazzino: “Cesare, mi dici due cose per la tv?”. “Cesare, devo farti due domande per il giornale”. Un giorno gli telefonai: “Sono in radio, mi ha dato buca Azeglio Vicini, gli studi sono vicini a casa tua. Faresti un salto?”. Si irritò: “Non sono mica un tappabuchi!”. Non feci in tempo a replicare che mi chiese: “A che ora e dove?”. Quando arrivò, con un sorriso burbero brontolò: “Spero che nessuno dei miei figli faccia il giornalista”. Non mi ha mai detto “no”, forse perché lo facevo parlare sempre di calcio e non di orpelli o gossippate. Ricordo con affetto e malinconia qualche pranzo all’Osteria del Pallone con quei due matti di Mario Faraci e Massimo Giudici, che scherzando mi facevano sentire importante perché Cesare alla fine sbottava: “Parlo con te, perché questi due non capiscono niente di calcio”. 

Parliamo di calcio, quindi. Leo se ne va per un’autonomia preclusa, Rino sfinito da stress e delusioni. Ognuno con la sua cocciutaggine, ognuno con i suoi muri invalicabili. Entrambi col sangue rossonero, perché so quanto anche Leo abbia questi colori nell’anima e quanto abbiano corroso il granitico Ringhio. 

Resti tu, spero. Lo spero col cuore. Da giornalista rispetto molto la tua riflessione di questi giorni: il Fondo Elliott è solido e potente, ma è necessario che approvi e condivida la tua idea di calcio e del Milan, perché loro ne hanno qualcuna diversa. È una condizione inderogabile. Devono rispettarti e assecondarti. Da tifoso, non mi interessa quanto e se sbaglierai nelle tue decisioni, perché so che le prenderai solo ed esclusivamente nell’interesse di questo club che amiamo. Ce la farai, perché non ti lasceremo solo. Ma se rinunciassi alla proposta mi sentirei perduto come molti dei tifosi, che non avrebbero più riferimenti. 

Da amico, so che di te ci si può fidare. Comunque e senza riserve. Ed è questo il messaggio che regalo oggi a chi non ti conosce.