Ora la squadra è senza alibi. Bilancio: il sottile piacere del catastrofismo (e riecco il refrain delle cessioni importanti). Il calcio rivela favole e drammi umani

18.10.2019 00:00 di Luca Serafini Twitter:    Vedi letture
Ora la squadra è senza alibi. Bilancio: il sottile piacere del catastrofismo (e riecco il refrain delle cessioni importanti). Il calcio rivela favole e drammi umani

Il Fondo Elliott. Il più forte al mondo. Pensavo sapessero fare bene i conti, le gestioni e, soprattutto, i bilanci. Sapete com'è: un asset annuale da 34 miliardi di dollari, un rendimento annuale composto netto del 13,2%. Squali qua, creatori di valori a lungo termine là, a seconda della posizione etica o politica degli analisti. Comunque gente che sa quello che vuole e sa quello che fa. Invece gli opinionisti italiani hanno assunto un ghigno ironico dopo aver scoperto un bilancio disastroso del Milan A.C. Ripeto, disastroso. L'eredità di Berlusconi, con una montagna di trofei, alla fine però è stata pesante dal punto di vista tecnico e delle invidie, delle gelosie che la sua epopea si sta ancora oggi trascinando nel risentimento di certa stampa e di quasi tutti gli avversari. Allora io, che se spiego è perché sono di parte e se non spiego è perché non so un cacchio, capendone in effetti poco più di un cacchio ho lasciato che a spiegare sui media fossero quelli non di parte che non ci capiscono un cacchio. Privatamente invece mi sono fatto descrivere la situazione da gente magari non troppo ferrata sul calcio, ma ferratissima sulla finanza. Prima osservazione: parliamo di finanze della proprietà perché non ci sono debiti, né con banche né con terzi (contrariamente a quasi tutti i grandi club europei e mondiali), al contrario il Milan gode di un'ampia linea di credito proprio grazie alla straordinaria solidità e stabilità dei suoi padroni. Seconda osservazione: tutti spalmano, Elliot no e quindi Paquetà e Piatek li ha pagati in contanti. Ottenendo forti sconti in entrambi i casi. E iscrivendo a bilancio tutta la spesa anziché dividerla, pardon spalmarla, in 3 o 4 anni. Terza osservazione: di sicuro la mancata qualificazione alla Champions League e l'assenza di impulsi da nuovi sponsor incide sui ricavi (e su quest'ultimo punto presto o tardi Ivan Gazidis dovrà rispondere...), ma il valore degli investimenti degli ultimi 3 anni non è quantificabile oggi. Di certo, Piatek e Paquetà costano già molto di più rispetto a quando il Milan li ha comprati. Quarta osservazione: si presume che qualcuno degli acquisti di questi ultimi 2 mercati, aumenterà di valore e in questo senso Bennacer, Hernandez e Leao danno indicazioni confortanti. Quinta e ultima osservazione: si presume che, con una rosa ampia e da valorizzare, dal 2020 sul mercato possano essere immessi solo un paio di elementi (possibilmente top) per sessione. La rivoluzione, insomma, è finita. 

Certo, bisognerà che Maldini e Boban imparino anche a vendere gli esuberi, nessun problema in questo senso: sono già ripartite la grancasse che parlano delle cessioni di Donnarumma (la quarta in 4 anni), Romagnoli, Paquetà, Piatek, Leao. Via tutti per ripianare le perdite di 160 milioni di un Fondo che muove 34 miliardi. La verità è che le priorità di Elliot dopo l'acquisizione del Milan restano altre, non sono mai cambiate: lo stadio nuovo e la Champions. Due salite (scalate, le definisce Scaroni) che sottintendono tempo. Giampaolo non ne ha avuto molto perché quel poco lo ha sprecato, Pioli dovrà fare più in fretta e con lui di sicuro anche i dirigenti, ma non stiamo parlando di giorni o settimane. Anche perché dopo aver scorticato Gazidis, Maldini, Boban (Massara, perché no) e Giampaolo, ora tocca soprattutto ai giocatori. E' da loro che ci si attende in campo la risposta più ferma e convincente, senza troppe storie. Cari ragazzi, tiratele fuori e buttatele in campo. Il tempo è finito anche per voi.

Il mondo perbenista invoca la revoca della finale di Champions a Istanbul, dopo che il saluto militare della Nazionale turca ha giustamente indignato (quasi) tutti. America, Europa, Putin (solo mediamente un po' seccato), Fifa e Uefa, politica e Chiesa, sembrano invece fottersene bellamente non tanto del saluto dei calciatori turchi, quanto soprattutto della drammatica situazione di un conflitto che fa strage di civili. Per quanto mi riguarda, non citerò l'esempio del St. Pauli che ha licenziato Sahin dopo la pubblicazione di un post pro-dittatore: gli atleti turchi che postano o salutano militarmente mi fanno pena e tristezza, ma sono loro a vivere in prima persona il terrore delle ritorsioni. Hakan Sukur ha scelto l'esilio volontario e suscita ammirazione, ma il dazio che in Patria stanno pagando ad ogni livello i suoi parenti e amici è altissimo. Il mondo scopre molto spesso favole e drammi umani grazie allo sport, purtroppo a decidere sulla pelle di pochi sono sempre gli stessi. E in questi giorni, in queste ore, invece di accanirsi il pallone su Sahin o Calahnoglu, dovrebbero essere le potenze mondiali a combattere Erdogan. Invece si sono già girati tutti dall'altra parte. Quindi non giocare quella partita, quella finale a Istanbul sarebbe un errore: disputarla regolarmente servirebbe almeno a riparlare di questo strazio che tormenta il popolo curdo di cui - vedrete - invece tra poche ore non si occuperà più nessun TG e la strage tornerà sotto silenzio. Con la complicità di quei potenti bastardi che con il calcio e lo sport hanno poco che fare.