Rangnick come Spadafora, un passo avanti e uno indietro. Così ci perdono tutti: il calcio e il Milan

05.05.2020 00:00 di Alberto Cerruti   Vedi letture
Rangnick come Spadafora, un passo avanti e uno indietro. Così ci perdono tutti: il calcio e il Milan

Il tempo è galantuomo, ripeteva quel galantuomo di Azeglio Vicini che purtroppo non c’è più, come non ci sono più tanti dirigenti e allenatori di buon senso che il tempo lo sapevano usare, venendone ricambiati. A costo di essere accusato di nostalgia, rimpiango chi sapeva decidere in fretta e quasi sempre bene, senza tentennare o peggio scaricare le responsabilità su altri. E allora, in questo tempo che tutti definiscono “sospeso”, è facile ripensare ai blitz di Berlusconi e Galliani, che decidevano in fretta perché preferivano i fatti alle parole e raramente hanno sbagliato specialmente nei primi anni della loro esaltante gestione. Il Milan di oggi, invece, sembra la fotocopia del Governo applicato al calcio. Si naviga, o peggio si affonda, a vista aspettando che siano gli eventi a orientare le decisioni e non il contrario. E così mentre il ministro allo sport, Spadafora, prima dice una cosa e poi ne dice un’altra opposta, senza dare l’impressione di avere le idee e soprattutto le competenze chiare, Gazidis o se preferite i massimi vertici del fondo Elliott aspettano e basta, perché l’unica decisione vera che hanno presa negli ultimi mesi è stata quella di licenziare Boban, colpevole di avere detto una verità scomoda, e cioè che lui e Maldini erano stati scavalcati nella trattativa con Rangnick. Il quale Rangnick da parte sua dice e non dice, proprio come Spadafora, facendo però capire a tutti che Boban aveva ragione perché il contatto con lui c’era stato, per cui erano apparse subito fragili le giustificazioni del presidente Scaroni quando fece una distinzione linguistica sottolineando che quella “erre” in più faceva la differenza tra contatto e contratto. La morale è che dopo due mesi di sosta forzata nessuno sa se, e quando, riprenderà il campionato e soprattutto se poi finirà. Proprio questo lungo periodo, però, avrebbe dovuto favorire i dirigenti del Milan, che avevano se non altro il vantaggio di poter lavorare in silenzio. Per la verità, il loro silenzio non è mai mancato e nessuno mette in discussione nemmeno il fatto che abbiano lavorato, più o meno in “smart working”. Ma a chi giova questo clima di incertezza? Perché i casi sono due: o si va avanti con Pioli, a maggior ragione se il campionato non finisce, o si lavora già con Rangnick programmando la prossima campagna acquisti. In entrambi i casi, però, mentre Pioli è stato zitto, dimostrando ancora una volta di essere un allenatore signore oltre che un signor allenatore, Rangnick ha continuato a parlare invece di tacere, come si fa se effettivamente c’è già un accordo. Altrimenti avrebbe dovuto dire chiaro e tondo, e non con mezze frasi, che non sarà lui l’allenatore del Milan. Comunque sia, la conclusione è soltanto una: è già difficile vincere e tornare grandi se si hanno le idee chiare e i grandi giocatori, ma se non si hanno nemmeno quelle e quelli è impossibile. Anzi impossibilissimo, come diceva l’ex presidente federale Antonio Matarrese, un altro che sapeva decidere senza perdere tempo. Perché il tempo è galantuomo, appunto.