Un mercato da Elliott non da Milan. Senza un altro difensore e un attaccante, tornare in Champions è più difficile

06.10.2020 00:00 di Alberto Cerruti   Vedi letture
Un mercato da Elliott non da Milan. Senza un altro difensore e un attaccante, tornare in Champions è più difficile

Chiuso il mercato più importante, quello di costruzione e non di riparazione che arriverà in gennaio, il bilancio si può leggere in due modi. Sicuramente è positivo per il fondo Elliott che ha dettato la linea, chiedendo e ottenendo di acquistare soltanto giovani. E pazienza se Ibrahim Diaz e Dalot sono arrivati con la formula del prestito e non a titolo definitivo, come suggerivano dall’alto un anno fa. Ciò significa che da un lato non sono stati spesi molti soldi, ma dall’altro che non tutti gli ultimi arrivati appartengono interamente al Milan. Il secondo aspetto del bilancio, che interessa di più ai tifosi, è però negativo. Non è arrivato, infatti, il difensore centrale che voleva Pioli, non è arrivato un attaccante di scorta e non è arrivato nemmeno un campione negli altri ruoli sul quale poter fare affidamento subito. L’esperienza di Ibrahimovic e Kjaer, riferita a loro e all’importanza dei rispettivi acquisti, evidentemente non è servita a niente, ma soprattutto non è servita la partita vinta soltanto ai rigori contro il modesto Rio Ave, né tantomeno è servito il primo tempo chiuso sullo 0-0 contro il neopromosso Spezia. Nel giro di pochi giorni si è capito che i giovani possono essere bravi come Colombo e Maldini, ma rappresentano il futuro non il presente. E il Milan non può vivere di eterno futuro, mentre la Juventus prende Chiesa per citare soltanto ultimo arrivato, l’Inter prende Vidal e Hakimi, l’Atalanta prende Lammers che Gasperini ha già paragonato a Van Basten addirittura, e il Napoli prende Osimhen. Alla fine, quindi, le operazioni migliori sono state l’arrivo di Tonali, sul quale non si può discutere e la cessione di Paquetà che ha fruttato 20 milioni insperati, da aggiungere ai 15 per l’accesso alla fase a gironi di Europa League. Proprio questo cosiddetto tesoretto di 35 milioni, unito a un ulteriore sforzo di Elliott, avrebbe potuto e dovuto rinforzare il Milan che ha il dovere di raggiungere come minimo il quarto posto, senza trascurare gli obiettivi della coppa Italia e dell’Europa League. Riassumendo, quanti tra Kalulu, Brahim Diaz, Hauge, Dalot e infine il diciassettenne Pobi saranno titolari? E’ vero che il Milan, bene o male, è entrato in Europa League e soprattutto è in testa al campionato a punteggio pieno, con l’unica difesa imbattuta tra le squadre che hanno giocato tre partite, ma sarebbe un errore illudersi, come fu un errore nel 2007 dopo aver vinto la Champions contro il Liverpool, non rinforzare una squadra a fine ciclo, che infatti poi non ha vinto più nulla. E poi l’esperienza insegna che è meglio acquistare uno o due grandi giocatori di sicuro affidamento, come Chiesa per intenderci, piuttosto che sei o sette giovani di presunto talento. Ma evidentemente la linea di Elliott non prevede altre deviazioni dopo quella decisiva che ha opportunamente bloccato l’arrivo di Rangnick, favorendo la conferma di Pioli e di conseguenza quella di Ibrahimovic. Anche se Pioli non è Padre Pio-li e da solo non può fare miracoli, perché la differenza la fanno i giocatori. Per questo sarebbe stato fondamentale cautelarsi con un’alternativa a Ibrahimovic che al di là del covid non potrà giocare tutte le partite su tre fronti. Come non detto, invece. In attacco, come in difesa, non è arrivato nessuno e allora bisognerà aggrapparsi a ciò che passa il convento, dal discontinuo Leao che appare e scompare, al diciottenne Colombo. Con la speranza di non dover correre ai ripari in gennaio, perché non basta essere primi in ottobre per arrivare almeno quarti in maggio.