Allegri convince ma non vince: il Milan sembra un pugile suonato

Allegri convince ma non vince: il Milan sembra un pugile suonatoMilanNews.it
© foto di Alberto Lingria/PhotoViews
lunedì 8 ottobre 2012, 17:30Primo Piano
di Emiliano Cuppone

Il derby ha lasciato l’amaro in bocca, il rammarico di chi sa di non aver meritato una sconfitta arrivata in maniera del tutto incomprensibile. Il diavolo ha dominato in lungo ed in largo per 92 minuti e 48 secondi (mancano all’appello i 12 secondi che hanno fatto infuriare Massimiliano Allegri), ha creato una miriade di occasioni da gol, pagando a caro prezzo l’ennesima disattenzione su calcio da fermo.
Era il derby fra due squadre che molto hanno da dimostrare, difficile spiegare a chi non ha visto la partita che in realtà, al di là del risultato, è stato il Milan a stupire per il salto di qualità nel gioco e per la capacità di gestire il match per tutta la sua durata contro un avversario di tutto rispetto. L’Inter vista ieri a San Siro ci è apparsa avere un atteggiamento provinciale (facendoci garanti nei confronti di Stramaccioni della qualità della nostra igiene orale), ha sbloccato la partita grazie ad un gentile cadeau di Christian Abbiati, poi non ha fatto altro che chiudersi in clinch, cercando di non soccombere sotto i colpi sferrati dal Milan di Allegri. Alla fine ha ragione StraMouccioni (ci scuserete il gioco di parole, ma l’accostamento è arrivato direttamente dal presidente Moratti, a noi sembra solo che quella corsa sotto la curva fosse una scimmiottatura dello Special One, The Only One o Sua Santità come presto pretenderà di essere chiamato), i tre punti sono suoi, a nulla vale il fatto che non abbia praticamente mai visto la porta rossonera, andando al tiro grazie all’ennesima follia di Abbiati che ha passato il pallone a Milito subito dopo il gol, per poi riprovarci circa ottanta minuti più tardi con un tiro fiacco di Palacio dal limite dell’area.
Fosse stato un incontro di pugilato, nonostante il knockdownd iniziale, Massimiliano Allegri avrebbe comunque vinto ai punti, perché il suo Milan ha saputo sferrare colpi su colpi, penetrando la difesa nerazzurra a più riprese, ma non riuscendo mai a trovare il guizzo davanti ad Handanovic. Qui però si fa calcio e non pugilato, non ci sono giudici (più precisamente ce ne sarebbero un paio, quelli di porta, ma ieri hanno deciso di non giudicare quando avrebbero potuto e dovuto), ma solo un arbitro, giudice inappellabile a quanto pare, che decide in maniera del tutto incomprensibile di far terminare ancor prima del quarantacinquesimo il primo tempo, di non espellere Juan Jesus, di non convalidare un gol regolarissimo, di non concedere un rigore piuttosto evidente.

I punti che si assegnano sono solo 3 e sono tutti dell’Inter, quelli che vanno a fare classifica e morale per i cugini, adesso terzi con un vantaggio di otto lunghezze sul diavolo che si trova a dodici punti dalla vetta e soli due sulla zona retrocessione.
Massimiliano Allegri ha fatto il massimo, questa volta non gli si può rimproverare nulla, doveva mettere in campo la formazione migliore e l’ha fatto, con un Milan che ha offerto qualità nel gioco e solidità difensiva, doveva bloccare la maggiore fonte di gioco nerazzurra ed ha piazzato Bonera su Cassano, impedendo all’ingrato di Bari Vecchia di toccare anche solo un pallone. Poco ha potuto il livornese ieri, le ha provate tutte, cambiando in corsa ed inserendo uomini freschi, ma non poteva certo spingerla in rete lui o marcare lui Samuel. Poco può fare Allegri se Boateng non trova mai la mira, se Bojan fa tutto bene, ma cade davanti ad Handanovic, se Pazzini arriva sempre con un attimo di ritardo, se Abbiati esce a caccia di farfalle, per l’ennesima volta, come ad Udine, come a San Pietroburgo. Al tecnico livornese spetta portare la squadra al tiro con il gioco, spetta organizzare le marcature e cercare di evitare errori del gruppo, non di certo l’ennesima errata valutazione dei singoli. Abbiamo lasciato San Siro con le orecchie basse ed un gran bruciore di stomaco, consci di aver dominato, ma altrettanto consapevoli della sterilità di un dominio che non ha portato nulla, con una classifica che piange ed il morale sotto i tacchi, un po’ come un pugile suonato.