Un Milan "senza capo ne coda"
Il titolo sembrerebbe sottendere ad una critica a tutto campo al Milan di Allegri, ma non è così. Con esso non ci si vuole riferire al modo di dire, ma al significato delle parole in sé stesse. Sì, perché il Milan ammirato nel derby è piaciuto dal limite di un’area di rigore all’altra, con l’esclusione degli ultimi sedici metri offensivi e dell’uomo che difendeva i pali. Al diavolo che ha creato tanto e concesso nulla, sono mancati gli estremi, quelli che molto spesso fanno la differenza, quelli che ti permettono di vincere o perdere una partita.
Partiamo dal principio, dall’ennesimo gol incassato su calcio da fermo, dall’ennesimo errore di valutazione di Christian Abbiati. Il gol dell’Inter arriva da una disattenzione di De Sciglio (in realtà è anche bravo Samuel a sfruttare il blocco e tirare giù il terzino rossonero con l’esperienza, con un mezzo fallo che risulta determinante), ma a facilitare il compito al marcatore nerazzurro ci ha pensato il portiere del diavolo. Un’altra errata valutazione della traiettoria per Abbiati, com’era già accaduto in precedenza ad Udine sul gol di Ranegie, per ripetersi a San Pietroburgo sul pari dello Zenit. Abbiati è stato bravo, spesso, a celare i propri errori grazie a prestazioni monstre fra i pali, come accaduto in Russia la scorsa settimana, ma quello delle uscite è un problema che si porta dietro da sempre. Vero che il Milan sembra tutt’altro che impeccabile nelle marcature sui calci da fermo, ma lo è altrettanto che i tre gol succitati sarebbero stati facilmente evitabili se l’estremo difensore rossonero fosse rimasto fra i pali, dove avrebbe potuto comodamente parare tutti e tre i tiri. Al di là del singolo errore, poi, l’insicurezza di Abbiati sui palloni alti che attraversano l’area di rigore comporta una sfiducia per tutto il pacchetto arretrato, costringendo i difensori a schiacciarsi troppo, a vivere con ansia ogni calcio piazzato.
Da un estremo passiamo all’altro, per notare che nella stracittadina il Milan ha creato, e tanto, lungo tutti i 90 minuti. Quello che è mancato alla squadra di Allegri non è stato il gioco, la manovra a tratti è stata anche brillante, ma è venuta meno la finalizzazione. Bojan Krkic non è un bomber d’area di rigore, Emanuelson non è certo un cecchino e Stephan El Shaarawy non sempre può caricarsi tutto il reparto offensivo sulle spalle, a maggior ragione adesso che è diventato un sorvegliato speciale delle difese avversarie. Boateng è apparso in crescita nel derby, ma i suoi errori di misura e di valutazione delle situazioni (quella sforbiciata nel secondo tempo con due compagni liberi al centro dell’area piccola non aveva senso) sono stati determinanti. Giampaolo Pazzini sarebbe l’uomo più avvezzo al gol nel reparto avanzato, ma nel derby ha mostrato tutti i limiti del suo non brillante momento di forma, arrivando puntualmente in ritardo sui palloni da spingere in rete. A questo Milan manca un bomber vero, un giocatore capace di gettarla dentro con continuità, di trovare la porta ad occhi chiusi, di segnare i gol semplici ed allo stesso tempo di sbloccare con una magia. In questo senso le speranze rossonere non possono che essere riposte su Alexandre Pato, ultimo vero giocatore di spessore che è rimasto al reparto offensivo di Allegri. Nella sua prima uscita stagionale, anche se in amichevole e con la Primavera, il Papero l’ha messa in rete due volte su calcio da fermo, si è rivisto un atteggiamento propositivo, ma la forma è ancora tutta da recuperare, si spera che in queste due settimane sappia fare il salto decisivo in avanti. Poi c’è da valutare la tenuta dei suoi muscoli di cristallo, con la speranza che non gli diano ancora il tormento. L’unica certezza, però, è che Pato è bomber di razza, giocatore di categoria differente rispetto ai compagni, capace di metterla dentro in ogni maniera, uno di quelli che nel derby avrebbe potuto fare la differenza.
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