Nel Milan torna Ibrahimovic: alle magie di Pato si affianca un'arma letale
La prestazione dei rossoneri nel derby di sabato sera annebbia ancora la mia vista. Non avevo dubbi sullo spettacolo magistrale che la squadra di Allegri avrebbe messo in scena nella stracittadina. Il Milan ha ritrovato la sua anima ed è sceso sul campo consapevole della sua essenza più profonda, quella consapevolezza di essere forte, compatto e determinato. Certo il derby, dal punto di vista motivazionale, è forse la partita più facile da preparare. Chiunque scenda in campo vuole lasciare impressa nella storia la propria prestazione, la propria innata classe, la propria devozione ai colori rossoneri.
E quindi non mi stupisce la prestazione impeccabile degli uomini di Allegri, che hanno ritrovato la magia e la concretezza oltre che la conferma del proprio talento. Chi criticava Pato per le sue prestazioni altalenanti o per i difficili sguardi interlocutori con Ibrahimovic si è ampiamente ricreduto. Chi fischiava Seedorf, caldeggiando anche il suo addio da via Turati, ha potuto solo applaudirne le gesta a metà tra il mitico e il mistico, come il duello vinto a centrocampo tra due avversari che poi lo ha proiettato in una discesa infernale verso i pali di Julio Cesar. Questo Milan ha ritrovato se stesso, si è ricordato di leggere il proprio nome nel firmamento celeste prima di scendere sul campo. E lo stadio che ha fatto da cornice al derby era tutto esaurito, per una serata che ha scaldato gli animi dei gladiatori (Gattuso su tutti) e reso fragili gli equilibri già precari di una squadra, l’Inter, che sembrava un undici improvvisato di fronte ad un’armata compatta e organizzata.
Ma il Milan non aveva bisogno di presentazioni, non aveva bisogno di statistiche per scendere in campo e confermare la posizione in classifica.
Anche se il fiato dei nemici di turno si è allontanato, trasformatosi in un sospiro di delusione, arrembanti arrivano armate che si davano per disperse: il Napoli di Mazzarri incombe, stende l’avversario di turno e si proietta al secondo posto, per far ricordare ad Allegri che fino alla fine sarà una lotta.
E proprio Allegri ora potrebbe avere difficoltà a rompere gli equilibri trasformati in un meccanismo perfetto nella gara anche tattica contro l’Inter.
Ibrahimovic rientra dopo la squalifica e di certo questo non è un problema, ma un’arma letale in più da scagliare contro il prossimo avversario.
L’unico appunto che mi sento di poter fare alla gestione tattica della prossima gara è che spero che gli undici uomini in campo giochino quel calcio che ci ha fatti sognare, che li rende tutti protagonisti e non comprimari, di un modulo offensivo che però riesce a chiudersi compatto in difesa di fronte all’avanzata nemica.
Quello che spero con il rientro di Ibrahimovic è di poter vedere la stessa fantasia messa in campo sabato con un finalizzatore impeccabile al centro dell’attacco e non una manovra che converge verso l’unico vertice avanzato nella speranza che questo scocchi il colpo mortale.
Vorrei vedere Pato giocare con lo stesso sorriso e la stessa spensierata fantasia, vorrei vedere ancora Van Bommel trasformarsi in una corazza umana a centrocampo, Abate proporsi come ha fatto domenica risultando impeccabile anche nella pura fase difensiva. E un applauso tutto particolare va ad Abbiati, portiere silenzioso e schivo che però non si lascia sorprendere dalla reiterata inattività tra i pali, quando viene chiamato in causa nelle poche occasioni offensive di marca interista.
Il Milan che conosco è quello che ho visto giocare senza troppi pensieri, in una gara dettata dai forsennati ritmi dei passaggi e dei fraseggi. Il Milan che conosco è quello che riesce ad ingabbiare l’avversario ed imporre il proprio gioco.
Quello che serve a questa squadra è la stessa leggera consapevolezza di essere al comando in ogni partita, quello che bisogna sottolineare è che ogni avversario da adesso in poi dovrà essere chiamato all’impresa per scalfire l’armatura costruita durante il derby e penetrare con la sua forza nella carne rossonera. Ciò che mi aspetto è la consacrazione di un anno vissuto intensamente, con alla guida un tecnico che, in molti, storcevano il naso circa la sua determinazione nel poter gestire un gruppo tanto variegato quanto possente come quello creato nell’estate e ritoccato nell’inverno rossonero. E un unico rammarico: quel rosso a Cassano, che gli costerà la prossima gara, frutto di una ingenua gestione dei minuti finali, ma giustificato dalla prima apparizione nel derby milanese che credo possa sconvolgere anche menti più abituate all’emozione della scala del calcio. Fantantonio si è scusato, consapevole di aver commesso una leggerezza, che però non voglio definire “cassanata”, perché lontana dai gesti spregiudicati e un po’ folli a cui ci aveva abituati il campione di Bari vecchia. Un passo dopo l’altro, anche queste sfumature saranno perfezionate, limate, dimenticate. Ora la tensione agonistica si sposta in direzione Firenze, dove Gilardino e compagni dovranno caricarsi come molle per poter superare i rossoneri, sempre più proiettati verso risultati memorabili.
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