Errare è umano, perseverare è diabolico

Errare è umano, perseverare è diabolico MilanNews.it
© foto di Alberto Lingria/Photoviews
mercoledì 31 ottobre 2012, 21:00Primo Piano
di Emiliano Cuppone

I latini, popolo sapiente e soprattutto vincente per antonomasia, dicevano “errare humanum est, perseverare autem diabolicum, et tertia non datur”. Evidentemente Massimiliano Allegri non mastica il latino, perché il cocciuto livornese non la vuole proprio smettere di incappare nei soliti errori.
Avevamo invocato un minimo di continuità, avevamo sperato di rivedere la stessa formazione, almeno dal punto di vista tattico (perché schierare lo stesso undici è cosa impensabile quest’anno in cui non si riesce neanche a vedere la stessa difesa per due partite, fossero anche staccate fra loro), ed invece il Conte Max ha continuato nella sua opera di trasformismo.
L’Arturo Brachetti della panchina, infatti, a Palermo ha schierato un modulo tutto nuovo, un 3-5-2 imbottito di muscoli ed affidato all’unico cervello (per fortuna ancora piuttosto lucido) di Riccardo Montolivo. Il risultato è stato piuttosto imbarazzante, 45 minuti di nulla cosmico, confusione e sofferenza al cospetto di un Palermo che dominava la scena, con un Milan spaesato che cercava di capire cosa accadesse in un campo che era sempre più terreno fertile per Fabrizio Miccoli e compagni.
Sembra sadismo quello di Allegri, ha cambiato ben cinque moduli in questa stagione (senza tener conto di quelli d’emergenza utilizzati a partita in corso per riacciuffare il risultato), infischiandosene dei risultati, il toscano ha modificato l’assetto tattico indistintamente se la squadra avesse vinto, perso, pareggiato, convinto o sofferto. Sembra quasi che l’importante sia cambiare, confondere, tanto i giornalisti (alle prese con veri e propri rebus prima delle partite) quanto, e soprattutto, gli uomini in campo. Scelte incomprensibili, ed a nulla valga la rimonta di ieri sera, buona solo a confermare che il diavolo si esprime al meglio con il 4-2-3-1 (lo invochiamo da inizio stagione da queste pagine) e che riesce a creare gioco solo quando si libera da dettami tattici troppo stringenti.


Avevamo digerito (seppur storcendo un po’ il naso per un rigetto naturale alla cosa) la piccante scelta della difesa a tre, ma non si può modificare l’assetto degli altri due reparti. Sembra una sfumatura, ma passare dal 3-4-3 delle ultime due uscite al 3-5-2 di ieri ha un peso decisivo sulle dinamiche della squadra, a maggior ragione se si hanno solo due allenamenti (di cui uno di rifinitura) per prepararlo. Infondo è solo un uomo spostato pochi metri più indietro, sembra poco più di una questione numerica, ma a livello di movimenti in campo cambia tutto (un po’ come passare dal 4-2-3-1 al 4-3-1-2 come accaduto a Roma). Passare da un centrocampo a quattro a quello a cinque, infatti, modifica in maniera determinante i movimenti difensivi (come dimostra la difficoltà a coprire gli esterni di Palermo), così come passare dal tridente offensivo (unica costante di questa stagione peraltro) alle due punte cambia decisamente le dinamiche offensive.
Al di là delle questioni puramente tattiche, però, c’è di fondo una incomprensibile “volontà” di minare le poche certezze di una squadra che gran parte le ha perse già il 18 luglio. Sembra quasi che Allegri si diverta a giocare a Shangai con il suo Milan, dispone i bastoncini della fiducia, magari con una vittoria come quella di San Pietroburgo o contro il Genoa, e poi li toglie con sadica precisione per far cadere il castello delle cose buone fatte sin lì.
Continua la convalescenza del Milan, continua l’incapacità di trovare due vittorie consecutive in una stagione fatta sempre più di sofferenza e scelte discutibili. Massimiliano Allegri cerca la cura, ma l’alchimista di Livorno sembra essersi perso fra tutti i miscugli di una medicina tattica che non sembra sortire grandi effetti.