Dottor Allegrenstein, la trasformazione del Milan è quasi completa
Mi è venuto in mente subito il celeberrimo romanzo di Mary Shelley, Frankenstein, pensando all'evoluzione del Milan delle ultime settimane, alla trasformazione di una squadra che, pezzo dopo pezzo, si sta avvicinando alla sua completa definizione.
Non sono mancati i momenti di difficoltà, le incertezze e ovviamente anche gli errori da parte dell'allenatore, Allegri, chiamato ad un compito tutt'altro che semplice la scorsa estate: rivitalizzare alcuni rappresentanti della vecchia guardia sui quali quasi nessuno avrebbe puntato un centesimo di euro e modificare lo stile di gioco in funzione dei volti nuovi portati dal mercato di luglio-agosto.
E' stata necessaria non la prima, nemmeno la seconda, bensì la terza tranvata (l'1-2 con la Juventus) per comprendere appieno pregi e difetti della rosa a disposizione e accettare il fatto che questo può essere soltanto il Milan dei tre mediani e non quello della contemporanea presenza di Pirlo e Gattuso. Che per vincere il campionato saranno necessarie qualche corsa a perdifiato e qualche scarpata in più dei colpi di tacco e delle rabone; che la sciabola talvolta è meglio del fioretto. Che Robinho si sta rivelando un'ottima alternativa dal punto di vista tattico e che Ronaldinho è destinato ad essere un corpo sempre più estraneo a questo modo di intendere il calcio.
In particolare, negli ultimi due turni si è una vista una squadra che, per ferocia agonistica e consapevolezza della propria rinnovata forza, mi ha ricordato a tratti l'undici di Capello, non a caso vincitore di quattro campionati nell'arco di cinque stagioni. Un Milan non sempre bello e travolgente come quello a cui ci aveva abituati, nell'ultimo decennio, Carlo Ancelotti, interprete di un modo di fare calcio assolutamente agli antipodi rispetto al tecnico di Pieris.
Ad inizio stagione anche Allegri aveva pensato e sperato di poter riportare ai vecchi fasti la versione più spettacolare del Diavolo ma ha dovuto realizzare ben presto che oggi, rispetto ad allora, Pirlo e Seedorf hanno quasi 10 anni in più e che i vari Robinho, Ronaldinho e Pato non hanno la stessa predisposizione a fare anche la fase di non possesso dei vari Rui Costa, Rivaldo e Kakà.
Manca ancora qualcosa, però, per giungere o per sfiorare almeno i confini della perfezione: anche nella partita di sabato contro la Fiorentina è venuto a mancare il killer instinct per chiudere i conti con largo anticipo ed evitare la sofferenza degli ultimi minuti. Sta diventando, infatti, un'abitudine pericolosa quella di ritrovarsi negli ultimi 20' con una squadra inevitabilmente in debito di ossigeno (Ibra su tutti, che meriterebbe un po' di riposo), che finisce per concedere quel paio di palle-gol che, con un po' più di sfortuna, potrebbero risultare letali.
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