Grazie a Milan, Inter, Napoli, Udinese e Lazio. Il campionato è tornato bello e credibile
Ha detto Fabio Capello che dopo Calciopoli questo è stato il campionato italiano più bello. Ha ragione. C’è stata lotta, c’è lotta. E’ incerto, è avvincente. Ha entusiasmato piazze importanti come Milano, Napoli, Udine, Roma. Il 2006 aveva tolto di mezzo 4 delle prime 6 squadre in classifica. Rimasero solo Inter e Roma, e solo Inter e Roma da quel giorno si sono contese scudetti, Coppe Italia, Supercoppe con l’intervallo della Lazio nel 2009. Mentre dalle aule dei tribunali penali napoletani sgorga qualche zampillo di acqua pura, che aiuta a pulire i resti del 2006 ricostruendo la fedelmente la storia e non mistificandola come è stato fatto in questo lustro, sui campi si è tornati a giocare tutti ad armi pari. Lo dimostrano i piagnistei, le panolade, le proteste, le indignazioni che accusano gli arbitri, la loro arroganza, la loro sudditanza, la loro scarsissima preparazione, i regolamenti complicati e cervellotici. Ma non un sistema, non più. Non un’organizzazione, non una banda. Di cui ha fatto parte anche chi ha continuato impunemente, pavidamente a banchettare in questi ultimi 5 anni.
Grazie al Milan, dunque. E all’Inter battuta. E al Napoli che ci ha creduto e ci crede per il futuro. E alla Lazio e all’Udinese che hanno coraggio. E alla Roma e alla Juve che soffrono carenze cui vogliono porre continuamente rimedio, spendendo molto.
Spendendo troppo. Grazie a tutti loro, il campionato è tornato un campionato, appunto. Non una passerella di Robin Hood senza archi, né frecce, né gesti eroici di cui andare fieri e orgogliosi. Non un albo d’oro con buchi tappati prima in segreteria, poi su un campo vuoto.
I meriti di Massimiliano Allegri sono molti anche per questo motivo. Ha battuto diversi avversari e tutti agguerriti. Ha stravolto la filosofia milanista dello spettacolo puro e del possesso palla (dei quali restiamo intimamente innamorati), sfilando dal vestito della festa bottoni d’oro per chiusure lampo più pratiche, più efficaci. Il Milan che aveva dominato l’Europa e il Mondo con 3 finali di Champions in 5 stagioni, un Mondiale, 2 Supercoppe europee, 2 Palloni d’oro ma aveva vinto un solo scudetto (perdendone un paio scippati, il cui risarcimento però è toccato ad altri), ha via via rinunciato a Ronaldinho, Pirlo, Seedorf e lo stesso Pato a favore delle gambe della corsa della fisicità e della disciplina di Robinho, Ibrahimovic, Flamini, Van Bommel. Allegri con la sua flemma marmorea ha avuto la testa più dura di un mulo e ha tirato dritto, ammaliando Galliani e Berlusconi che si sono repentinamente, sinceramente, straordinariamente convinti che servisse quel tipo di indirizzo per tornare a vincere in Italia. I numeri dei rossoneri sono impressionati: un solo gol subito in casa nel girone di ritorno, 6 in tutto, serie di vittorie consecutive a ripetizione dopo un pareggio e/o una sconfitta, difesa fortissima e attacco (quasi) implacabile, centrocampo di gamba e di cervello che – quando Seedorf ha avuto la sua impennata di orgoglio – ha potuto regalarsi ancora un po’ di quella qualità cui aveva dovuto, voluto rinunciare. Ad Allegri mancava quel pizzico di coraggio e lo ha trovato. Ora gli resta da acquisire la sicurezza di poter concedere altre chances a chi fallisce il primo colpo, gli manca di poter insistere (come ha fatto invece con Merkel e Strasser) su giocatori che non lo convincono da subito, ci riferiamo in particolare a Emanuelson, Antonini e lo stesso Papastathopoulos che per età e doti fisiche sarebbe un giocatore sul quale vale la pena di lavorare. Per il resto, il Milan ha scoperto un altro grande allenatore, un filo algido, ma tenace, determinato, capace di ridiscutersi, con le idee chiare, affatto condizionabile. Se non da Ibrahimovic. Ma supererà anche questo paletto.
Testata giornalistica Aut.Trib. Arezzo n. 8/08 del 22/04/2008
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