Il canto di un cigno ormai agonizzante
Se c'era bisogno di una partita che confermasse la necessità di rifondazione a fine anno, Roma-Milan è certamente perfetta per questa funzione: diciamolo senza mezzi termini, è da piccole fare il bello e cattivo tempo per una frazione di gioco sufficientemente lunga, nei confronti di un avversario svogliato, e poi perdere per due mini-colpi di acceleratore. Bando agli entusiasmi di chi parla di grande Milan, di sconfitta immeritata, di segnali incoraggianti: sarà lo sconforto del momento, ma il bicchiere non ci sembra solo mezzo vuoto, ma inesorabilmente solo sporcato dalle gocce residue del suo precedente contenuto. Roma troppo Champions per pensare al Milan per 80 minuti, squadra lunga e disorganizzata, che si muove a ritmi a tratti imbarazzanti: Milan ideale sparring patners per 45' , qualche fiammata dai suoi singoli (Clarence Seedorf spettacolare) per illudere di fare il colpaccio, poi il crollo verticale. Non può esistere una squadra mentalmente da corsa che subisce un simile ko con solo due colpi, ampiamente arginabili peraltro con una difesa un pò più attenta di quella vista questa sera e purtroppo non solo: piena ragione dunque a chi, come il Presidente Silvio Berlusconi, ha identificato nel reparto arretrato il primo allarme da disattivare. Senza trascendere sui singoli, argomento più da pagelle che strettamente calcistico, preoccupa il contraccolpo psicologico che questa partita potrà lasciare nei giocatori rossoneri: dipenderà da Juventus e Fiorentina far diventare o meno la corsa alla qualificazione alla prossima Champions League una partita a "ciapa no" (per i non milanesi, un festival degli errori) o una faccenda che agli uomini di Carlo Ancelotti non dovrà più interessare a breve.
Se 12 finali dovevano essere, tra mezza partita di Empoli ed il finale di questa sera, sembrano più 12 Istanbul che 12 Atene: Roma, intesa come città ospitante della finale di Champions 2009, è lontana anni luce anche solo per essere sognata, dopo questa striscia di prestazioni francamente demoralizzante. Cosa resta per i tifosi rossoneri? Alexandre Pato: lui, il paradigma di come si dovrebbero costruire le campagne acquisti, potrebbe essere l'ultima ancora di salvezza a cui aggrapparsi in questo momento di estrema necessità. Rimarrà l'unica rondine o, in ritardo di qualche mese, a giugno sboccerà la primavera rossonera: il dubbio amletico ce lo trascineremo ancora per 10 gare. Poi, che la Coppa che si vada ad affrontare abbia le orecchie o meno, i supporter milanisti avranno tutte le ragioni a chiedere delle risposte certe.
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