Ho avuto il virus, ecco come l'ho vissuta...

25.03.2020 14:25 di Redazione MilanNews Twitter:    Vedi letture
Ho avuto il virus, ecco come l'ho vissuta...

***Riceviamo e pubblichiamo una testimonianza diretta sul Covi-19***

Ho avuto il virus, come tantissimi, qui a Piacenza, molti più di quelli ufficiali. Buona parte della comunità scientifica sembra convinta che i contagiati reali siano da 10 a 15 volte superiori a quelli dichiarati, il 60% dei quali asintomatici o paucisintomatici. Vorrebbe dire circa 30.000 piacentini, cioè circa un quinto della popolazione delle mie valli e delle mie colline, e almeno un milione di italiani, numeri in linea con quelli dell’influenza stagionale, insomma, però senza vaccini, immunità di gregge e con molte possibili complicanze. 

Sono in isolamento da quasi un mese e per tanto altro tempo dovrò restarci, perché il primo tampone per verificare la mia negatività sarà tra qualche giorno. Poi dovrò aspettare che lo analizzino e mi diano un appuntamento per farne un altro. Come minimo sarò a casa da solo fino a Pasqua. 

Mi sento come Napoleone a Sant'Elena, chiuso in 'sì breve sponda. Che sia un segnale d’incipiente pazzia? 

Sembrano lontanissimi i tempi in cui parlavamo di Milan e di allenatori, di proprietà, di financial fair play. Sembra impossibile, oggi, che dessimo tanta importanza a cose così frivole. Eppure torneremo a farlo e presto, perché ci piace, perché quando le cose importanti sono a posto, il superfluo rende bella la vita. 

Non ho apprezzato l'ultimo anno di gestione Elliott, nemmeno un po'. Lo dico da tifoso, però lo dico anche da manager. E sorrido quando qualcuno mi attacca pensando che il mio lavoro sia infinitamente inferiore a quello di un Gazidis o di un Marotta. Lo faccio da tanti anni, sono un professionista. Ho negoziato commesse, complessivamente, per centinaia di milioni di euro e l'ho fatto sedendo al tavolo con diplomatici, ambasciatori, capi di stato e di governo, presidenti di multinazionali enormi, non con ex calciatori non sempre brillanti e magari dal congiuntivo facile e la bocca ruminante cicche e pezzi d'unghia. Perché per ogni Boban o Filippo Galli, fulgidi esempi d’intelligenza e preparazione, conto decine di cassanoidi. Un ambiente non proprio da intellettuali, insomma, come mi pare evidente anche dal comportamento di alcuni presidenti della nostra Serie A. C'era del marcio nella Danimarca shakespeariana, e non solo lì, probabilmente. Sono convinto, in sintesi, che si possa far meglio, decisamente meglio di così, però bisogna volerlo. Se l'interesse predominante è quello di avere i numeri migliori possibili per una due diligence che porti il club in altre mani con il massimo profitto, avremo anni di vacche magre, senza che un Giuseppe qualunque, figlio di un Giacobbe qualsiasi, avesse avvertito il faraone, non tanto per mancanza di sogni, quanto perché lo sapeva già, mentre diceva: "Lasceremo il Milan in buone mani", allargando la bocca in un sardonico sorriso plastico. Quel che più mi disturba, anche in questa situazione in cui il lato sportivo è considerato insignificante, è la scarsità di stile. Non c'è eleganza, solo falsa prosopopea da parvenu. 

Sembrano così distanti, queste considerazioni, oggi. Come sul capo al naufrago l'onda s'avvolve e pesa, l'onda su cui del misero, alta pur dianzi e tesa, scorrea la vista a scernere prode remote invan, tal sulla mia anima isolata e convalescente il cumulo delle memorie scende. 

Per non pensare lavoro molto, da casa. Il mio lavoro lo permette. Dirigo una holding, che possiede altre aziende, e in più si occupa di business collaterali. Quando mi è venuta la febbre ero sotto al Reno, al confine alsaziano, franco tedesco, nei sotterranei di una centrale nucleare che stiamo ammodernando. Sono tornato in auto da solo, con 39,8 di febbre, sotto una bufera di neve che mi ha inseguito fino al Gottardo. Sette ore di viaggio e poi questo isolamento. Mi è passato dopo 5 giorni, però sono ancora qui, a cercare di tenere videoconferenze con americani, francesi, tedeschi, birmani, tunisini e arabi, con camicia e cravatta, sopra ai pantaloni del pigiama. 

E non c’è solo il lavoro. Stavo completando 3 libri, che dovevano essere pubblicati a Marzo. Tutto fermo. 

Stavo scrivendo un’opera in musica, imitando Prokoviev come meglio mi è concesso, insieme a uno dei più famosi violinisti del mondo e a una violoncellista piacentina, per la mia orchestra di archi e fiati, farcita di mostri sacri dalla Scala, ai solisti veneti, un po' come una squadra di calcetto da oratorio, con Van Basten, Gullit, Baresi, Maldini, Kakà, Gattuso, Shevchenko e Pirlo, che l'avrebbero suonata insieme ai bambini dell’altra mia meravigliosa orchestra, delle scuole elementari. Fermo. Tutto fermo. 

Con Massimo Boldi pensavamo se fare altre serate a teatro, come a Novembre. Ci divertivamo, era stato un grande successo di pubblico. Niente. 

Avevo in cantiere una conferenza sulla teoria della relatività spiegata a tutti, volevo parlare di come quelle poche e raffazzonate leggi che pensiamo regolino l'universo siano riconducibili ai nostri comportamenti quotidiani, domestici, antropologici e antropomorfi. Annullata. 

E niente più programma in radio, niente più pesca, golf, ristoranti, cocktails. Niente. 

C'è gente in ospedale, che lotta per restare con noi. Tengo la musica alta, per non sentire il continuo passaggio dell'elicottero, che trasporta i malati all'ospedale qui vicino, e le sirene delle ambulanze, continuamente, giorno e notte. Ogni giorno qualche nome che non avrei mai voluto leggere compare in quella fottutissima lista. E non posso abituarmici. È uno strazio che mi lascerà segni profondi, come una guerra combattuta nelle trincee della psiche, delle paure e dell’ansia. 

Ho criticato anche qualche scelta del Governo, un po' come ho fatto per Elliott. La differenza è che non sono, né sarò mai, un professionista della politica. Io ho imparato le lingue da bambino, ho viaggiato, vissuto e studiato in tutto il mondo, mi sento italiano, europeo e cosmopolita, so di economia, di ingegneria, di musica, di arte, qualcosa di cucina, di poesia, di filosofia, di teologia. Non so e non voglio sapere niente delle dinamiche della politica, che mi hanno spesso schifato. Però so di diplomazia, ho avuto grandi mentori, in tal senso. Dobbiamo andarci a prendere più peso in questa Europa che ci esclude. Ci esclude perché noi (molti dei nostri rappresentanti) sono contenti di non dover andare a battagliare con francesi e tedeschi. Stanno tranquilli a farsi i selfie a casa, a polemizzare anche col cane addormentato, a mangiare maccheroni in una sorta di campagna elettorale costante, declinata per dovere d’immagine a una specie di commedia da balera. Intanto gli altri non fanno i dispetti all'Italia, fanno solo il loro interesse, com'è giusto che sia. Senza Europa non siamo niente, perché è vero che non saremo mai davvero uniti, però è pur vero che l'Italia da sola non può competere in un mondo globalizzato. Da soli diventeremmo come un Paese di Serie B, senza mezzi per competere ai massimi livelli. E chi oggi ci penalizza allora ci massacrerebbe e ci comprerebbe pezzo per pezzo. E noi invece dobbiamo tornare in Champions, a essere il Paese del lusso e della bellezza. 

Cosa fare? Esprimo democraticamente un'opinione. Serve liquidità, prima di tutto e serve che venga spiegato il concetto di "rete”, perché a noi non è ben chiaro. Il debito si annulla col credito, solo se c'è circolazione di liquidità, se tutti insieme formiamo una vera e propria rete, connettendoci e lavorando insieme. #WhateverItTakes è questo, oggi. Diamo 100 a ognuno. Come nella storiella dell'hotel, che vi racconto brevemente.   

Un industriale americano arriva a Milano, entra in un hotel, chiede una stanza, mette una banconota da 100 euro sul tavolo della reception e va a vedere le stanze. 

Il gestore dell'hotel prende la banconota e subito paga i suoi debiti con il macellaio.

Questo prende i 100 euro e e paga il suo debito con l’allevatore di maiali, che con la banconota corre a pagare il mulino, fornitore di mangimi per maiali. 

Il proprietario del mulino prende 100 euro e salda il suo debito con il suo commerciale, cui non paga lo stipendio da molto tempo, per colpa della crisi. 

Il commerciale, che lavora anche in proprio, vendendo il suo vino, con la banconota corre a pagare l’hotel, dove aveva portato i suoi clienti e non aveva ancora pagato. Gli consegna, quindi, 100 euro. 

Quegli stessi 100 euro sono partiti dal proprietario dell’hotel e sono tornati a lui dopo poco, quando l'americano, che ha appena dato un'occhiata alle stanze scende, dice di non essere convinto, prende i suoi 100 euro e cerca un altro hotel. 

Nessuno ha guadagnato un euro, però ora l'intera città, l’intera filiera, vive senza debiti e guarda al futuro con maggiore fiducia. 

Com’è possibile questo? Semplicemente quei soldi, che in pratica non esistono, sono “virtuali”, hanno permesso al proprietario dell’hotel di pagare il suo debito di 100 euro e innescare un meccanismo virtuoso che gli ha consentito di incassare il suo credito. 

Il proprietario dell’hotel aveva un debito di 100 e un credito di 100. Virtualmente era in pari, però nei fatti aveva due problemi e oggi non ne ha, se non quello di trovare clienti. E lo stesso vale per tutti gli altri. 

Qual è la morale? Se i soldi circolano l’economia funziona. 

Fatto questo, dobbiamo sfruttare l'emergenza per capire che la nostra mentalità è sbagliata, che evadere le tasse non è da furbi, è da criminali, che l'assistenzialismo fa solo danni, così come l'eccessiva pressione fiscale e che dobbiamo muoverci noi per primi e fare sempre del nostro meglio. Perché il libero arbitrio si esprime nel perimetro della predestinazione. Uno fa del suo meglio, nelle condizioni al contorno che trova, e che non dipendono da lui! 

Se dei dì che furono ci assale il sovvenir, non chiniamo i rai fulminei, guardiamo lontano, perché una nave, prima o poi, arriverà per noi. 

Andrea Bricchi (@andreabricchi77).