Secondo il presidente del tennis italiano, il calcio dovrebbe ricevere meno della metà dei fondi: ecco perché
Angelo Binaghi, presidente della Federazione Italiana Tennis e Padel, ha rilasciato una intervista al Corriere dello Sport, non lesinando critiche alla gestione attuale del calcio italiano: "La distribuzione delle risorse economiche da parte dello Stato dovrebbe essere meritocratica. Lo è? No, lo è solamente in parte. Secondo me, però, non dovrebbero essere distribuite in funzione dei risultati, bensì in funzione della capacità di ogni federazione di creare nuovi praticanti. Il concetto attuale è sbagliato: è la mentalità di un Paese che, piuttosto che voler far diventare tutti i propri cittadini dei praticanti, vuole in realtà poter dire di essere lo Stato al mondo in cui si praticano praticamente tutti gli sport a livello agonistico. E questo, naturalmente, ha come conseguenza il fatto che, praticando ogni disciplina a livello agonistico, siamo uno dei Paesi che vince più medaglie in assoluto. Io credo che sia un obiettivo sbagliato. Sarei molto più contento se il nostro Paese vincesse qualche medaglia in meno, ma non fosse il quinto Paese più sedentario tra quelli dell'OCSE, e se lo sport diventasse una possibilità e una cultura molto più diffuse di quanto non lo siano adesso.
Discorso a parte merita il calcio. Se si applicassero dei criteri oggettivi, il calcio prenderebbe meno della metà dei soldi che riceve dallo Stato. Questa è la sua forza, ma anche la sua debolezza: gode di una rilevanza sociale che probabilmente viene riconosciuta in termini esagerati rispetto alla realtà. Finché il calcio continuerà a prendere immeritatamente tutti questi soldi - prende oggi la stessa cifra di otto anni fa, pur continuando a non qualificarsi ai campionati del mondo e vedendo i suoi praticanti in costante calo -, finché rimarrà uno sport così ricco senza merito, non ci sarà mai la spinta per fare quella rivoluzione e quelle riforme. Noi nel tennis abbiamo cominciato a cambiare perché eravamo con l'acqua alla gola e stavano scomparendo tutti i praticanti. Nel calcio italiano, purtroppo, questo ancora non vale...".
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