Dalla rigidità posizionale allo schieramento ibrido: l'Amorim italiano è diverso da quello inglese
Sembra che Amorim sia al Milan da chissà quanto, e invece sono "solo" poco più di 100 giorni. 100 giorni in cui è successo un po' di tutto, con il tecnico portoghese che ha capito quasi immediatamente quant'è difficile allenare nell'ecosistema italiano, su tanti livelli. Soprattutto in un club come il Milan che sta vivendo un momento storico di transizione particolare, in cui al momento non c'è un dirigente che faccia da tramite tra proprietà e coach: è Cardinale che ha in mano le redini, con tutto quello che ne consegue sia in positivo che in negativo.
Amorim arrivava dall'esperienza estenuante con lo United, in cui ha trovato un club probabilmente anche messo peggio del Milan, in tutto. All'Old Trafford è arrivato allo scontro con senatori e giocatori simbolo, venendo preso di mira da parte dell'ambiente e da qualche vecchia gloria che non si faceva problemi ad attaccarlo più o meno frontalmente. La critica più diffusa? L'incapacità di adattarsi al contesto, ai giocatori e alle necessità della squadra. 3-4-2-1 o morte. L'ha detto più volte senza problemi: "Preferisco affondare con le mie idee", e quando l'ha ripetuto anche da allenatore del Milan, magari in modo più edulcorato, qualche sopracciglio si è alzato in modo preoccupato.
Amorim ha cominciato l'avventura rossonera così come aveva finito a Manchester: schiettezza e rigidità posizionale quasi esasperata. Il Milan sembrava essere "prigioniero" delle tante, nuove indicazioni del tecnico, con i giocatori che inizialmente hanno sofferto questo nuovo modo di intendere la partita. Il gioco posizionale proposto inizialmente dava tanti limiti in fase offensiva, con la squadra - l'apice si è raggiunto nella sfida col Benfica - che riusciva ad essere pericolosa solo con fiammate sporadiche e mai in modo organico. Poi l'ammissione del tecnico sul fatto che appena arrivati in un nuovo club è difficile trovare un materiale che è già completamente conforme alle sue idee. Dalle parole ai fatti: la rigidità posizionale è stata completamente abbandonata, con la squadra - schierata con un 4-4-2 asimmetrico - che ha iniziato a trovare ritmo, posizioni ed automatismi. I giocatori sono più liberi di scambiarsi la posizione e di attaccare la profondità, dando corpo ad una manovra offensiva altrimenti troppo scontata.
La gara contro l'Udinese - con una formazione condizionata dalle tante assenze - ne è l'esempio perfetto. Si è visto un Bartesaghi con licenza di attaccare e il 2005 si è trovato più volte in posizione da seconda punta a dettare la profondità. Tomori ha giocato da esterno di centrocampo con grande applicazione. Pulisic ha svariato parecchio e Modric si è mosso come al solito con grande intelligenza. È un Milan che ha tanta libertà, pur muovendosi su binari - quelli dell'intensità, del possesso e del ritmo - definiti. Certo, poi non bisogna fare l'errore opposto e andare a finire nella confusione, ma è innegabile come Amorim in pochissimo tempo abbia scelto di cambiare, cambiarsi e adattarsi.
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