Milan, Gabbia è una socurezza: i numeri dei rossoneri con il difensore in campo
Domani il Milan farà visita al Sassuolo. Max Allegri conterà ancora su Matteo Gabbia in difesa. Il difensore è tornato a disposizione dnelle ultime due sfide di campionato (1-0 vs Verona, 0-0 vs Juventus).
Con il difensore in campo, i rossoneri hanno perso soltanto il 4% delle partite (1 su 26: 15V, 10N), con una media di 2.1 punti a match, mentre senza di lui la percentuale di sconfitte sale al 50% (4 su 8) e la media punti scende a 1.5.
L'anticipo di Galli - Il Milan dei tifosi e il Milan dei clienti (LEGGI QUI)
di Filippo Galli
Leggo da più parti questo quesito: cosa serve per riavvicinare il tifoso al Milan? A onor del vero, il tifoso rossonero non ha mai fatto mancare il suo sostegno alla squadra, nonostante dopo il meraviglioso scudetto 2021-22 la squadra non abbia mai più raggiunto risultati all’altezza del suo blasone, fino al triste epilogo della scorsa stagione con l’ottavo posto e l’esclusione dalla Champions. Lo dicono le cifre: il numero di abbonati stagionali è pressoché stabile, intorno alle 40.000 unità, da diverse stagioni a questa parte, e lo stadio è praticamente sempre tutto esaurito. Ma un conto sono le cifre, un altro è il sentimento.
Ora che il ritorno in Champions sembra ormai cosa fatta (ok, facciamo pure gli scongiuri),il paradosso è che si percepisce un certo distacco tra la tifoseria e la società, come se le ultime stagioni avessero esaurito, sfibrato la resistenza del popolo rossonero. Che riempie stadio e canali social, certo, ma manifesta una visibile insofferenza. Per società intendiamo ovviamente la proprietà, le persone che la amministrano e che occupano ruoli apicali nell’organizzazione societaria. Altra cosa è la squadra, cioè i giocatori, l’allenatore, lo staff.
Un po’ alla volta, tuttavia, questa distinzione rischia di affievolirsi: e sappiamo come a un certo punto l’esasperazione dei tifosi li porti a non distinguere più le due componenti e a mettere tutti sotto accusa, soprattutto quando aspirazioni e obiettivi non coincidono. Per i tifosi – inutile dirlo – l’ambizione è quella di giocare per vincere in Italia e in Europa. Per la società – ci pare di avere capito, Allegri lo ha ripetuto con encomiabile zelo circa cinquanta volte a intervista, anche quando la domanda era “Come sta Gimenez?” – per la società, dicevamo, l’obiettivo ci pare quello di arrivare fra le prime quattro, partecipare alla Champions, incamerare il massimo dei ricavi Uefa, televisivi e da ticketing – il che non è sbagliato, anzi, è indispensabile - e poi si vedrà.
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Ma non è tutto qui. Per il tifoso la partita, soprattutto quella che si gioca alla Scala del Calcio, non è solo il confronto tra due squadre che mette in palio tre punti: è molto di più. È l’occasione per esserci, per stare insieme, per essere testimoni di piccoli accadimenti, fuori e dentro lo stadio. C’è chi ha la fortuna di vivere a Milano o dintorni e c’è chi invece si sobbarca chilometri in autobus per non mancare all’appuntamento, costretto magari a prendere mezza giornata di ferie. Viaggiare insieme significa creare e consolidare legami, amicizie. Avvicinare il tifoso al Milan equivale sostenere e facilitare tutto ciò. Il tifoso che riempie San Siro a weekend alterni, inoltre, spesso va anche in trasferta: i costi sono esorbitanti, difficili da sostenere, c’è sempre meno spazio per acquistare una maglia, una sciarpa o più semplicemente un gadget.
La società, per come si manifesta in questi anni, dà l’impressione di sottostimare questo aspetto “sentimentale”, in ragione di un business che va reso sostenibile e che non può aver cura di ciò che è legato alla passione. In altre parole, a chi va allo stadio (e anche a chi non ci va, ma osserva con attenzione) sembra che ci sia maggiore cura nei confronti del cliente, cioè di chi viene allo stadio saltuariamente: spesso è un turista, molte volte uno straniero a cui delle sorti della squadra del Milan importa poco o nulla, a cui interessa solo poter raccontare di esserci stato almeno una volta e, insieme all’esperienza dello stadio,acquista generosamente maglie e gadget, forte di un potere d’acquisto probabilmente superiore (in Italia gli stipendi sono fra i più bassi d’Europa) o anche solo di un approccio psicologico da vacanza, cioè più propenso a lasciar andare i cordoni della carta di credito. Ci pare di assistere, insomma, alla preferenza per un modello di cliente che arriva, paga, compra e riparte, ma che non aggiunge nulla alla spinta che un giocatore dovrebbe e vorrebbe ricevere dal pubblico e, vi assicuro per esperienza diretta, anche se non recentissima, è una spinta, un trasporto emotivo che può fare la differenza.
C’è una via d’uscita? Difficile dirlo: la gestione americana è stata abilissima a far salire il fatturato, le va riconosciuto. Proprio nel deludentissimo 2025, la società ha chiuso il suo miglior esercizio di sempre, con 494 milioni di ricavi e un utile di tre milioni. Nell’ultimo anno della gestione Berlusconi, il fatturato fu di 215 milioni. Bravi, bravissimi. Però, diciamocelo, i tifosi sono un po’ stanchi di sentir parlare di “classifica dei bilanci”: non facciamo i commercialisti e neppure viviamo sulla luna; sappiamo che i conti in regola sono indispensabili. Adesso, però pretendiamo una squadra davvero forte, costruita bene (il Milan ha speso 70 milioni per gli ultimi due attaccanti acquistati, che non giocano titolari: chi li ha scelti?), capace di vincere e quindi (ribadisco: quindi) di far crescere i ricavi: Uefa, diritti Tv, sponsor, biglietteria.
Forse è una proposta semplicistica, certamente una proposta da tifoso: un tifoso che vorrebbe tornare a vedere un Milan che gioca per vincere (e non per arrivare quarto) e un San Siro colmo di altri tifosi! Si può avere, o è assurdo?

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