Davvero al Milan basta calare fisicamente per non riuscire più ad imporre la propria superiorità tecnica?
Mercoledì sera il Milan è uscito sconfitto da San Siro dalla sfida di Coppa Italia contro l'Atalanta, fallendo nell'ennesimo obiettivo stagionale; il terzo, dopo una lotta scudetto ormai indirizzata e il continuo dell'avventura in Champions League già ai gironi. Rimane dunque solo l'Europa League, con i sedicesimi di finale contro il Rennes previsti a metà febbraio.
Tornando alla prestazione dell'altra sera davanti al pubblico rossonero, che dopo la fine ha sfogato, giustamente, tutta la propria frustazione con una bordata di fischi come non si vedeva da anni, va sottolineato come nella prima parte di partita quello messo in campo dalla squadra aveva sia senso che efficacia. È un punto importante da cui partire, perché da questa riflessione si possono trovare situazioni che potrebbero andare a condizionare anche i prossimi impegni di Serie A contro Roma (casa) ed Udinese (trasferta).
Schierato con un 3-4-3 decisamente ibrido, con Theo braccetto di sinistra, Calabria braccetto di destra, Musah esterno a tutta fascia a destra ed il Primavera Jimenez a sinistra, il Milan inizialmente è riuscito sia a fare un pressing sensato, con una squadra compatta che aveva le giuste distanze tra le linee, e sia ad avere uno sviluppo che portava l'Atalanta a non avere certezza quando si trattava di dover uscire sui portatori di palla, in quanto i continui movimenti degli uomini di Pioli confondevano le idee agli atalantini su chi seguire ed in quale momento. Chiariamoci, niente di scintillante o da stropicciarsi gli occhi, ma l'approccio rossonero alla partita, seppure con pochi pericoli concreti, è stato più che positivo.
Arriviamo dunque al nocciolo della questione, anzi due: il gol del pareggio dell'Atalanta è stato una mazzata mentale tra capo e collo. La squadra non se l'aspettava e non ha avuto la forza mentale per reagire. Questo, unito soprattutto ad una condizione fisica non ottimale degli undici in campo che non ha permesso di tenere i ritmi, le corse e le distanze del primo tempo, ha fatto sì che l'Atalanta prendesse sempre più piede e campo nella fisiologia della partita. Il Milan si è spento, prima nelle energie nervose e poi in quelle fisiche.
Preoccupa quindi che con due avversari estremamente muscolari come Roma e Udinese, il Milan non riesca a prescindere dalla condizione fisica. Come si cala da quel punto di vista la squadra, seppur avendo individualità tecniche tra il molto buono e l'ottimo (e no, non stiamo sopravvalutando la rosa), non si riesce più ad essere incisivi. Il modo di giocare che Pioli chiede ai suoi ragazzi fa troppo affidamento sul reggere determinati ritmi: perso questo aspetto non si riesce a trovare un copione differente nonostante ci siano ben altre qualità oltre che l'intensità fisica.
Certo, essere in costante emergenza infortuni non aiuta (e ovviamente non è un alibi ma un'aggravante), ma viene da chiedersi: davvero al Milan basta calare fisicamente per non riuscire più ad imporre la propria superiorità tecnica? Perché a parte un paio di rose le altre squadre di Serie A da questo punto di vista dovrebbero prendere piste su piste. A chi siede sulla panchina il compito, ormai non facile farlo in corsa, di trovare soluzioni alternative. Altrimenti ogni tot giorni saremmo sempre qui a parlare dei soliti problemi.

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