Il piano segreto di Berlusconi per il "suo" Milan. La vergogna di Facchetti usato come testimonial

Il piano segreto di Berlusconi per il "suo" Milan. La vergogna di Facchetti usato come testimonial
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venerdì 15 luglio 2011, 00:00Editoriale
di Luca Serafini

Un paio di anni fa, all’inizio dell’estate, incontrammo per caso uno dei figli di Silvio Berlusconi. Ci chiese: “Perché continuate a scrivere che io e i miei fratelli – e le mie sorelle – siamo arrabbiati con papà per i soldi che spende nel Milan?”.
Veramente noi non lo abbiamo mai scritto: “In ogni caso, non è vero”.
Bene, allora raccontateci la  verità: “La verità è che siamo arrabbiati per certi sprechi. E gli ingaggi dei giocatori non c’entrano, o c’entrano solo in parte”.
Fu inviato un revisore dei conti in via Turati e nell’estate del 2010, sistemate un po’ le cose, il presidente ricominciò a “investire” nel club. Anche se in un club di calcio come il Milan non si investe affatto: si perdono soldi e basta. Poi è entrata Barbara in società e poi si è anche fidanzata con Pato: non bastasse l’amore paterno per i colori rossoneri, ora il legame della famiglia Berlusconi con il Milan è cementato per sempre. Per questo oggi il piano segreto non è affatto quello di venderlo agli arabi o al mago Zurlì, ma di tenerlo tutto per sé sottraendolo alla Fininvest. Che è una holding e che dunque non può amare il fatto di avere in bilancio una voce che produce solo passivo per decine di milioni ogni anno. Berlusconi ha una certa età e una grande voglia di ritirarsi dalla politica e da tutto il resto, vuole dedicare la sua vecchiaia alla famiglia, a opere di beneficenza che ha già avviato da anni (in particolare in Sudamerica) e al Milan. Gli resterà un animo da imprenditore: presterà la sua consulenza a Mediaset e alle attività Fininvest, appunto, continuando a non buttare via soldi nel calcio, spendendone comunque tanti per vincere.
Berlusconi ha un patrimonio personale (cash, proprietà, società, immobili, opere d’arte, eccetera) stimato in circa 6 miliardi. Le risorse non mancano, ma non si vive di solo Milan. C’è un azienda con decine di migliaia di lavoratori cui pensare, al momento c’è anche un Paese di cui occuparsi. E contrariamente a via Bigli, in via Turati e a Cologno Monzese è sempre esistito un grande senso del pudore riguardo ai quattrini. Forse perché in via Turati e a Cologno per fare quattrini bisogna lavorare, sodo, non basta ricordarsi ogni mattina la combinazione della cassaforte di famiglia.   



Sperare di non pagarli, gli oltre 500 milioni del lodo-Mondadori, era un conto. Prepararsi a farlo, era un altro discorso. Fininvest e Berlusconi ne hanno accantonati circa 800 allo scopo, in questi anni. Il che non significa che oggi possano allegramente non tener conto di un esborso così elevato. Perché il tifoso del Milan capisca di cosa stiamo parlando, tenga conto che una delle polemiche di questi giorni riguarda proprio il valore complessivo dell’azienda-Mondadori: per qualcuno, nemmeno li vale 500 milioni. Fatta questa premessa, non sembra intelligente aspettarsi che dall’oggi al domani si arrivi al grande acquisto. In cima alla lista da maggio c’era, c’è e resta oggi Cesc Fabregas. L’arrivo dello spagnolo al Milan non dipende solo dal lodo-Mondadori: è condizionato dalle richieste dell’Arsenal, dalle volontà del giocatore, dall’andamento generale del mercato del calcio. Lo stesso discorso vale per Hamsik e Pastore. Quanto a Ganso, subentra il problema dello status extracomunitario, ma il ragazzo piace moltissimo e una soluzione (un’opzione, un’ipoteca) per il futuro prossimo è una ipotesi al vaglio. Piste alternative come quella di Montolivo restano al momento a livello strategico. A noi non piace interrogare procuratori, giocatori, dirigenti e allenatori sul mercato, perché non ci piace ascoltare balle. Preferiamo studiare le strategie nel loro complesso e di questo ci piace parlare. Quello che il Milan ha molto chiaro in testa è che ha perso Pirlo e che se vuole restare al vertice in Italia e recuperare terreno in Europa, deve sostituirlo adeguatamente. E lo farà.

Che tristezza, che squallore agitare il poster di Giacinto Facchetti come testimonial della stagione nerazzurra che sta cominciando. Povero Giacinto: il procuratore Palazzi ha solo potuto prendere atto e rendere pubblico, con ritardo e non per sua colpa, di ciò che il presidente onorario dell’Inter faceva in vita. E cioè quello che facevano tutti gli altri: tentare di sopravvivere alla morsa di Moggi e della Juve. Perché, sia chiaro, Moggi era lì a fare quello che faceva per espressa volontà della Juventus: “Moggi conosce tutti i ladri di cavalli, è un male necessario” diceva di lui l’Avvocato Gianni Agnelli. 
Tutti gli altri, quelli che pubblicano ciò che veniva detto irrispettosamente di lui nelle intercettazioni, quelli che ne scoprono la gigantografia per difendere le loro pavide falsità, quelli che usano la memoria di Facchetti per tenersi uno scudetto incrostato, fanno venire un senso di nausea accompagnato da conati. Il calcio italiano non conosce la vergogna, ecco perché la Federcalcio medita di non decidere niente ed ecco perché il famelico Moratti non molla il suo pezzo di carta igienica tricolore. Non sanno, non accettano che i morti si lascino in pace e che siano i vivi a doverne scontare le colpe.