Non infierire sull'Inter ma su Moratti. Il lodo Mondadori condiziona il Milan

Non infierire sull'Inter ma su Moratti. Il lodo Mondadori condiziona il Milan
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venerdì 8 luglio 2011, 00:00Editoriale
di Luca Serafini

Non c’è niente di nuovo. Che Giacinto Facchetti, riposi in pace, e lo smoking bianco Massimo Moratti si rivolgessero a Bergamo e Pairetto persino andandoci a mangiare a casa loro (il primo) era noto dal 2006. Non serviva sapere cosa si dicessero, poiché già il fatto che avessero contatti era illecito perseguibile, essendo proibito ai tesserati. Ma non fu perseguito ed è questo il vero mistero.
Ora è stato possibile accedere ai fascicoli che riguardano “quelle” intercettazioni, quelle in cui era coinvolta l’Inter – attraverso il suo proprietario e il suo presidente onorario – e il panorama è più chiaro: esattamente come tutte le altre società coinvolte in Calciopoli, anche l’Inter cercava di non essere strangolata dal "sistema", Moggi Giraudo al vertice, la Federcalcio alla base con il vicepresidente, i designatori arbitrali e gli arbitri stessi. Carraro e Abete c’erano ma non vedevano non sentivano non parlavano, esattamente come qualche giornalista sportivo. E’ questo il quadro chiaro, indiscutibile, inconfutabile dei faldoni della Procura di Napoli, intercettazioni e verbali tutto compreso. Il quadro chiaro, indiscutibile e inconfutabile che Antonio Di Pietro paragonò in una puntata di “Matrix” dell’epoca a un “sistema di stampo mafioso”, in cui la Fiorentina su tutte, minacciata di retrocessione, pagò il pizzo esattamente come facevano i commercianti degli anni ’30 a Chicago. E come la Fiorentina tutti gli altri, tutti gli altri, protestavano, si dibattevano, chiedevano grandi o piccoli favori, tentavano di respirare, senza avere nessuno invece il coraggio di denunciare. Denunciare Moggi, Giraudo e la Federcalcio, come ha fatto invece, infine, la Procura di Napoli.
Gli scudetti di quell’epoca (5) li ha vinti la Juventus, punto e basta. C’erano telefonate alle terne arbitrali addirittura negli intervalli delle partite, perché questo accadesse. Roma, Lazio e Milan si accontentarono di un titolino a testa, forse per una logica del pudore, più probabilmente perché lo stritolamento non soffocasse del tutto il sistema stesso. Un sistema tradito nel finale solo da un delirio di onnipotenza, quando Moggi confessò serenamente al telefono di una segretaria – che a sua volta ne era già al corrente – la griglia degli arbitri di una giornata di campionato ancora da disputare.

Quindi, Andrea Agnelli, Luciano Moggi e la Juventus non hanno davvero niente di che rallegrarsi, casomai consolarsi invano nel momento in cui lo scudetto del 2006 venisse scucito dalle maglie su cui impropriamente, ingiustamente, cervelloticamente è stato appiccicato. Quindi, i milanisti non hanno davvero niente di che esultare, perché il Palazzi eroe di oggi è lo stesso che ha affossato i rossoneri 5 anni fa sulla base di una telefonata, una sola. Ha invece cittadinanza eccome la voglia di un minimo di decenza affinché in qualche modo anche il candido, immacolato Massimo Moratti paghi e taccia, magari con uno scudetto tolto dalla maglia e ricucito sulla bocca. E che politici come Ignazio La Russa riflettano sulle proprie magagne prima di sparare a salve sul calcio, che già boccheggia di suo senza gli attacchi esterni di un politico sconfitto e un tifoso frustrato.
Nessuno si illuda: la Federcalcio, come ha detto l’inchiesta della Procura di Napoli, era collisa con quel sistema e a sua volta – come l’Inter – non è più disposta a riconoscere i suoi errori. La Chiesa dopo mezzo secolo ha chiesto scusa per l’olocausto, il calcio italiano dopo 5 anni non sembra avere nemmeno il coraggio di ammettere che l’etica non va in prescrizione.

I sogni milanisti di Fabregas e/o di eventuali altri colpi a sensazione sono sotto scacco del lodo-Mondadori: Fininvest, cioè la famiglia Berlusconi, dovrà sborsare a De Benedetti una cifra compresa tra i 750 milioni della sentenza in primo grado e i 490 dell’appello. Troppa roba per decidere oggi serenamente come e quanto spendere nel Milan, dove un ripianamento di bilancio di una settantina di milioni è vecchio soltanto di pochi mesi. Ma non c’è dubbio che, perso Pirlo, per mantenere competitività in Italia e diminuire il gap in Europa serve un top-player in quel ruolo. Ci vorrà molta pazienza, anche se i tifosi non paiono averne. Galliani lavora in un paio di direzioni sapendo di avere il forziere chiuso a chiave, in un’altra direzione nella speranza che una mattina qualcuno passi ad aprirlo. La presenza in società di Barbara Berlusconi è un motivo in più, se dopo 26 anni servissero altre dimostrazioni di amore e di portafoglio da parte della famiglia, per credere che quel top-player arriverà comunque.