Pato, Robinho, Flamini i grimaldelli del mercato di gennaio

Pato, Robinho, Flamini i grimaldelli del mercato di gennaioMilanNews.it
© foto di Pietro Mazzara
venerdì 23 novembre 2012, 00:00Editoriale
di Luca Serafini

Del precoce, più probabilmente prematuro fuoriclasse, Alexandre Pato sembra aver assorbito in oltre 5 anni tutti i vizi e nessuna virtù. Divorziato all'alba, fidanzato della figlia del capo al mattino, indolente il pomeriggio, infortunato alla sera. Ora sfoggia il più gretto, maldestro dei ricatti piangendo attaccato ai calzoni del procuratore per rivendicare un posto da titolare, anziché sudarselo in campo con il lavoro per cui viene profumatamente retribuito. Il disamore della gente nei suoi confronti non lo disturba, cosippure l'insofferenza dei suoi compagni e del suo allenatore, ma soprattutto non lo tange il suo rendimento precipitato ai minimi sindacali.
La sua intempestiva sortita immediatamente successiva alla qualificazione agli ottavi di Champions, un traguardo fondamentale per la riacquisizione di un minimo di serenità del gruppo cui appartiene, è una dimostrazione di volgare strumentalizzazione dei sentimenti altrui: in momenti di euforia subito dopo una grande depressione, pensa di trovare interlocutori più vulnerabili. Ad Alexandre Pato la vita non sembra impartire lezioni in grado di essere recepite: né la fame di Inzaghi, né la grinta di Gattuso, né l'umiltà di El Shaarawy, né l'impegno di quasi tutti gli altri. Né la volgare sceneggiata di Antonio Cassano, capace di vomitare fango sulla stessa persona che poche settimane prima aveva paragonato a un padre. Anziché pungolarlo, motivarlo, caricarlo, le critiche sembrano scivolargli come palline di mercurio sulla pelle di un pinguino. Paragonata alla sua sprezzante apatia, la rabbia livorosa di Ibrahimovic e Pirlo per essere stati ceduti contro la propria volontà, sembra accettabile e comprensibile. Giustificabile.
Il Milan non si disperi. Pato se non altro ha riacquistato un minimo di credibilità almeno sul mercato, dove a gennaio con Flamini e Robinho smanioso di andarsene al Santos, può diventare merce preziosa per raggranellare in tutto un paio di decine di milioni e approdare a uno-due giocatori (in attacco e a centrocampo, visto anche il rendimento sconcertante di De Jong e quello faticoso di Nocerino) che ad Allegri servono come il pane. Mentre con i soldi della Champions è possibile ragionare semmai su un buon difensore. Tra poco più di un mese del resto il presidente Berlusconi sarà chiamato a seguire le parole con i fatti. Nella lista di questi 3 partenti non ci sono giocatori approdati da poco e che il presidente ha generosamente definito "non ideali". Faranno in tempo a staccare il biglietto di sola andata, in gennaio, anche un paio di altri. Nel frattempo forse Massimo Ambrosini avrà il tempo di dichiarare che del suo futuro non ha ancora né parlato con qualcuno, né pensato seriamente. Determinante sarà lo spazio che l'allenatore sembra concedergli con minore entusiasmo, al di là di infortuni e squalifiche del capitano.

Anche a Bruxelles il Milan ha sfoggiato il suo diamante prezioso, l'unico gioiello che lo differenzia in meglio rispetto alla Juve, in questo momento. Il Faraone El Shaarawy è capace di studiare le sue mosse per un tempo (il primo, quello che sistematicamente la squadra concede alle proprie paure e alle proprie incertezze, oltre che alla sua limitata qualità), per poi colpire inesorabile nella ripresa, trascinando la squadra. El Shaarawy coniuga talento, passione, spirito di sacrificio, rispettando e attenendosi scrupolosamente alle regole. Le regole del professionismo. Regole che fanno la differenza tra campioni e fuoriclasse, tra talento e bravura, tra potenzialità ipotetiche e doti reali. Tra moralità e cialtroneria. Una lezione per qualcuno che gli sta intorno, una lezione che andrebbe imparata a memoria come le poesie di Natale, anche da parte di chi con la poesia non ha niente che spartire, se non quando legge il saldo in banca o osserva il fondoschiena di una sbarbata.