Pazienza...

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lunedì 17 maggio 2010, 00:00Editoriale
di Andrea Distaso
Redattore e speaker dell'emittente radiofonica Radio Milan Inter. Telecronista di Eurosport ed Infront.

Pazienza se è andata in archivio un'altra stagione da “zeru tituli”, la seconda consecutiva dopo l'anno di grazia 2007 (quello della Supercoppa Europea e del Mondiale per club, gli ultimi trofei aggiunti alla bacheca rossonera).
Pazienza se, per il secondo anno di fila, l'ultimo turno di campionato coincide con il commiato di un allenatore capace di regalare alla società l'accesso diretto alla prossima Champions League; pazienza se, oltre ad un uomo che si è fatto amare per il suo stile e per il suo composto modo di porsi, il Milan perde la possibilità di avvalersi delle capacità di uno dei dirigenti più competenti nel panorama mondiale. Leo avrebbe preferito ritagliarsi un ruolo su misura da manager, avrebbe continuato magari a sfornare talenti del valore di Kakà, Pato e Thiago Silva, ma incomprensibilmente si è deciso di agire diversamente.



Il Milan ha perso l'uomo venuto da Niteròi non per le ripetute frecciate rivoltegli dal presidente Berlusconi, che nelle ultime settimane si erano fatte molto più frequenti del normale, non per le presunte lusinghe della Federcalcio verde-oro (che dopo il Mondiale dovrà individuare il sostituto di Carlos Dunga) o del comitato organizzatore dell'edizione 2014 dei campionati del mondo. Leonardo ha compreso che il suo futuro a Milano sarebbe stato a termine nel momento in cui Adriano Galliani gli propose l'incarico di guidare la squadra verso un'annata di transizione (probabilmente la prima di una lunga serie) in cui la parola d'ordine sarebbe stata “abbattimento dei costi”.
Per spirito di servizio e sincera riconoscenza nei confronti del club che è stato come una famiglia per 13 lunghi anni, ha accettato di ricoprire anche un incarico che non era nelle sue corde, che gli sarebbe stato stretto e non lo avrebbe valorizzato per quelle che sono le sue qualità. Che, anzi, hanno finito per declassarlo e pregiudicargli l'accesso a quelle posizioni di vertice che avrebbe meritato nel tempo, oltre ad allontanarlo da un popolo che ne ha compreso ancora di più la grandezza e la statura morale.
Mai una parola fuori posto, nemmeno nei periodi più bui in cui l'inesperienza sulla panchina diventava persino una colpa e in cui le critiche si facevano più feroci ed ingenerose; è entrato in questo club in punta di piedi e ne è uscito con le medesime modalità , con la stessa spruzzata di classe ed eleganza.

Pazienza, infine, se il progetto di rivoluzione della squadra dovrà passare attraverso un altro periodo di riflessione lungo 365 giorni (ad essere ottimisti), quando invece sarebbe potuto partire con largo anticipo se non si dipendesse da una serie di contratti ultra-onerosi (scadenza 2011) di giocatori da tempo finiti. E pazienza se la lungimiranza non è più di casa in via Turati e dintorni: probabilmente sarebbe servita prima di commettere alcuni imperdonabili errori di valutazione.
E peccato, ma qui ci spingiamo un po' oltre, che i segnali confortanti che arrivano dal settore giovanile e dall'abile opera di rinnovamento portata dal duo Galli-Pederzoli vengano tenuti in considerazione soltanto a parole, facendosi belli per i risultati che arrivano solo quando fa comodo.
Nel frattempo la tribù(na) di San Siro ha espresso il suo verdetto e questa volta è lecito aspettarsi risposte, fatti e non le solite reazioni piccate e arroganti da parte di chi non è abituato a convivere con il dissenso interno.