Le motivazioni della squalifica di Zappi e del conseguente commissariamento dell'Aia
Ventitré pagine per spiegare la condanna a 13 mesi di inibizione nei confronti di Antonio Zappi, presidente dell’Associazione Italiana Arbitri. Sono state depositate oggi pomeriggio le motivazioni del Tribunale Federale Nazionale, relative alla decisione della sezione disciplinare all’esito dell’udienza dello scorso 12 gennaio. In quella data, oltre alla squalifica nei confronti del presidente - che porterà con tutta probabilità al commissariamento dell’AIA -, è stato sanzionato anche Emanuele Marchesi, componente del Comitato Nazionale, con due mesi di inibizione, per la modifica di un verbale cruciale per la stagione arbitrale.
La prima parte delle motivazioni è incentrata sulle numerose richieste di rinvio formulate dai difensori di Zappi (gli avvocati Sergio Santoro, peraltro ex presidente della Corte Federale d’Appello, Daniele Sterrantino e Matteo Sperduti), tutte respinte dal TFN. Tra queste, la richiesta di un controesame degli stessi Ciampi e Pizzi (non prevista dalle norme procedurali della giustizia sportiva), ma viene anche spiegato uno dei grandi misteri della vicenda. Tra le tesi difensive dI Zappi vi era infatti quella secondo cui l’intera indagine della Procura FIGc sarebbe partita da un esposto sostanzialmente anonimo, e come tale irricevibile. Il TFN ricostruisce: nell’esposto presentato all’avvocato Giancarlo Viglione - responsabile dell’ufficio legislativo della FIGC - era chiaramente presente il nome di Roberto Pattassi, tesserato AIA iscritto alla sezione di Macerata. Lo stesso Patrassi, sentito dalla Procura, ha poi disconosciuto l’esposto, promettendo ma non presentando querela di falso e dimettendosi dall’AIA: “A questo punto - si legge nelle motivazioni - la Procura Federale potrebbe avere avuto il sospetto, ma non la certezza per quanto infra, che in effetti l’autore dell’esposto fosse sconosciuto”. Ma questo non era sufficiente a fermare il procedimento, per due ragioni: a) si era già andati troppo avanti con le attività di indagine; b) la mancata presentazione della querela di falso avrebbe confermato il disconoscimento. Archiviate le questioni di rito, nelle motivazioni il TFN ricostruisce anche le vicende, parallele, di Ciampi e Pizzi. Le loro dimissioni erano necessarie, nel progetto tecnico di Zappi, perché l’unico modo per anticipare l’inserimento di Orsato e Braschi, che altrimenti avrebbe dovuto rimandare al 2026/2027. Ma il presidente le avrebbe chieste ai due solo a ridosso della riunione AIA in cui venivano effettuate le nomine: a Ciampi avrebbe parlato di Orsato, senza ipotizzare le sue dimissioni, il 10 giugno a cena al ristorante Peppone. Più diretto il confronto con Pizzi: Zappi gliene avrebbe parlato il 29 giugno, chiedendogli la disponibilità a entrare nella CAN C e anche il massimo riserbo. Il giorno dopo, il Corriere dello Sport riportava la notizia del possibile arrivo di Braschi al suo posto. Da lì, lo sconcerto e i nuovi confronti, fino alle ore convulse del 3 e 4 luglio. Quelle in cui, tra telefonate e whatsapp, Zappi avrebbe chiesto in maniera chiara le dimissioni, e anche fornito un pre-stampato perché sembrassero volontarie.
Il tutto, nonostante i dubbi dei diretti interessati, per le conseguenze economiche della rottura del contratto con la FIGC e anche del passaggio a diverso ruolo. Ma anche quelli avanzati dallo stesso Marchesi, che avrebbe fatto presente a Zappi come non si trattasse di una procedura ordinaria: “È ovvio, pertanto, che il Presidente ZAPPI fosse ben consapevole della irregolarità di quanto evidentemente si era prefissato di fare”, recitano le motivazioni. Che si chiudono con una indicazione chiara: “Dagli atti, difatti, risulta pacificamente provato che il Presidente Zappi, al solo fine di favorire la nomina degli arbitri Orsato e Braschi quali Responsabili CAN A e B e CAN C (si ricordi che la proposta di nomina degli stessi era stata già annunciata al Comitato Nazionale prima delle dimissioni rese da Pizzi e Ciampi), abbia indotto gli stessi arbitri Pizzi e Ciampi a rassegnare le proprie dimissioni, e ciò nella consapevolezza, non solo dell’esistenza di un vincolo contrattuale al quale i medesimi erano legati non con l’AIA ma con la FIGC e dalla cui violazione potevano scaturire per gli stessi conseguenze negative in termini economici e nella consapevolezza che i nuovi incarichi sarebbero stati meno remunerativi per i due tecnici, ma anche, e soprattutto, nella consapevolezza che non vi fosse alcuna valida motivazione, né sotto il profilo comportamentale né sotto il profilo tecnico, per la quale i suddetti arbitri avrebbero dovuto abbandonare il proprio incarico in pendenza di contratto”.

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