Milano è rossonera? Ma dove. La verità è che non c'è l'ossessione per la vittoria

Milano è rossonera? Ma dove. La verità è che non c'è l'ossessione per la vittoriaMilanNews.it
Oggi alle 12:00Primo Piano
di Pietro Mazzara

Quella che sembrava una distanza che si era assottigliata, nel giro di quattro anni solari, si è trasformata in un divario che appare molto difficile da colmare. Quando il Milan vinse lo scudetto nel maggio 2022, tutto l’ambiente si era convinto che le cose stessero cambiando, che il lavoro fatto da Elliott, Gazidis, Maldini, Massara e Pioli avesse permesso al vento di soffiare nelle vele milaniste. Invece quello scudetto si è dimostrato essere episodico, perché la linfa della vittoria va alimentata giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto. La fiamma va tenuta viva con investimenti su giocatori di alto livello e non stare li con la calcolatrice e a non alzare il tiro sui cartellini e sugli ingaggi, andando così su gente di fascia superiore.

Per vincere bisogna essere pronti, in primis a livello mentale e di visione, perché una vittoria genera aspettative e voglia, da parte di tutto il mondo che circonda una squadra, di continuare a vincere. Per farlo serve alzare il livello in tutto, non stare a parlare sempre di obiettivi minimi, di limiti economici, di “vendere per comprare” senza costruire e mantenere. Perché al Milan si riparte - quasi sempre - da buchi strutturali. L’Inter ha vinto così, costruendo negli anni una squadra che non solo ha vinto in Italia, ma ha giocato anche due finali di Champions League (bontà del fato le ha perse, ma ci sono arrivati). Da questa parte del Naviglio, da quando Gerry Cardinale ha messo le mani sul Milan, le cose sono obiettivamente andate di male in peggio.

Non si respira quella fame di vittoria che un club come il Milan ti impone. Solo chi sa cosa sia davvero il Milan, tipo Matteo Gabbia, percepisce questo sentore sacro. Semplicemente perché il calcio, dentro la società Milan, non è l’ossessione, così come non lo è la vittoria. A fine stagione faremo il computo dei punti totali che il Milan ha accumulato, negli ultimi quattro campionati, da chi ha vinto il titolo ma potremmo anche ampliare la forbice. La cosa importate è guardare a chi fa questo o quello, mentre passa in secondo piano non tanto gli oltre 500 milioni investiti in cartellini, ma come questi soldi siano stati spesi. Alla luce dei fatti la risposta è solo una: male. E i risultati si vedono.

Già due anni fa, dopo lo scudetto che l’Inter vinse nel derby (con la figuraccia della tecno sparata a palla), la sede avrebbe dovuto essere tappezzata di quelle immagini per far scaturire un sentimento di rabbia e rivincita. Invece no. In maniera del tutto asettica, si pensava ad andare avanti con la solita strada della diversificazione e del prendere giocatori che, se va bene, ti portano al quarto posto. Il Milan non è fatto per il quarto posto né, tantomeno, per fare come le romane dove se vinci il o i derby hai salvato la stagione. Perfino il Napoli ti è passato davanti, ma perché ha investito su giocatori forti e ha speso bene.

Che non si esulti per l’eventuale qualificazione in Champions League, perché ci sarà poco da esultare quando sulle maglie non ci saranno patch tricolori da applicare. L’estate che sta per arrivare non sarà come tutte le altre. Sarà intensa, sotto tutti i punti di vista. Ma la convinzione è che la lezione, a quattro anni di distanza, sia ben lontana dall’esser stata imparata.