Rileggere oggi le dichiarazioni di Maldini fa un certo effetto. Siamo punto e a capo: disaffezione e contestazione. Eppure c'erano i segnali...

Rileggere oggi le dichiarazioni di Maldini fa un certo effetto. Siamo punto e a capo: disaffezione e contestazione. Eppure c'erano i segnali...MilanNews.it
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Oggi alle 16:00Primo Piano
di Manuel Del Vecchio

In questo mare di burrasca verso la società ormai non c’è un solo tifoso rossonero che rimpianga Paolo Maldini. L’ex Direttore Tecnico rossonero, che nei suoi anni da dirigente a Casa Milan ha riconquistato qualificazione in Champions e uno scudetto che mancava da 10 anni, è stato allontanato a giugno 2023 dopo una breve colazione con Cardinale. Da allora il Milan è finito in una spirale negativa, tra campo ed extra campo, che ha portato a continue contestazioni e una forte disaffezione dei tifosi verso una proprietà considerata inadatta a guidare un club storico come quello rossonero.

Nel tempo Maldini ha rilasciato diverse interviste, dando il suo punto di vista sulle varie situazioni e i problemi interni del Milan, tra visioni discordanti e un particolare tipo di avversione verso il “rischio” sportivo. Inutile dire che col tempo tutto quello su cui aveva avvertito l’ex dirigente si è avverato. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti, visto che domenica ci sarà l’ennesima contestazione verso società e proprietà.

Rileggiamo tutte le dichiarazioni di Maldini per constatare quanto siano, purtroppo, attuali.

RINFORZARE LA ROSA

Le prime da prendere in considerazioni sono quelle post scudetto, a maggio 2022. Il Milan aveva appena vinto il campionato ma ai piani alti qualcosa cominciava a scricchiolare. Non era stato rinovato il contratto di Maldini e Massara, che sarebbe scaduto da lì ad un mese, e non c’era allineamento sulle prossime mosse sul calciomercato.

Maldini disse alla Gazzetta all’interno di una lunga intervista: “Ci deve essere la volontà del club di aprire un ciclo. Per questo è il momento che la proprietà, Elliott o quella che potrebbe arrivare, chiuda il triennio e capisca che strategia vuole per il futuro. Con due o tre acquisti importanti e il consolidamento dei giocatori che abbiamo possiamo competere per qualcosa di più grande in Champions".

Cos’è successo? Che i tre calciatori importanti non sono arrivati, non sono stati consolidati quelli già presenti e il Milan ha smesso di competere per i massimi obiettivi. Da allora non è mai stato veramente in corsa per lo scudetto ed in Europa ha collezionato solo figure dimenticabili, tra Champions ed Europa League. La squadra è stata fatta e disfatta ogni anno, distruggendo identità e zoccolo duro. In quattro anni si sono susseguiti altrettanti allenatori: Pioli, Fonseca, Conceiçao, Allegri. Per quanto riguarda i giocatori, quest’anno si è visto benissimo cosa intendeva Maldini per “importanti”. Modric e Rabiot hanno fatto la differenza, spesso predicando nel deserto.

IDENTITÀ

Poi l’intervista più recente, quella rilasciata a Repubblica ad ottobre 2023, sei mesi dopo il suo licenziamento. Anche qui le parole dello storico capitano sono state premonitrici.

In questi 5 anni ho imparato tanto, ho avuto relazioni personali e professionali che mi porterò dietro per sempre e sono anche cresciuto in un ruolo completamente diverso, il che non era scontato: la regola è che spesso il grande calciatore non riesca a fare quel salto di qualità. Ci sono persone che sono di passaggio in istituzioni come il Milan, nel mondo dei club di calcio di profilo internazionale, e che non hanno un reale rispetto della sua identità e della sua storia. Non sono incaricate e non si muovono per dare una visione per le nuove generazioni di tifosi. Spesso sono manager che vengono a lavorare in un grande club di grande prestigio e popolarità anche per migliorare il proprio curriculum e poi andare da un’altra parte. Per contro, invece, ci sono persone che hanno a cuore tutte queste cose, molto più a lungo termine e molto più legate agli ideali che il club, nel corso della sua storia, ha insegnato a tanti, sul campo e fuori. Purtroppo, nel calcio professionistico moderno, la popolazione della prima tipologia di persone sta diventando sempre più numerosa. Io credo che bisognerebbe tenersi stretto chi è portatore di ideali e orienta il proprio lavoro per salvaguardarne valori e identità”.

Qual è uno dei principali motivi della protesta dei tifosi? Il totale annullamento dell’identità e dei valori rossoneri. Il club non rappresenta più il tifoso, che si è accordo di essere considerato solo un cliente.

IL MERCATO ED IL FAMOSO GRUPPO DI LAVORO

Poi, sul modus operandi e sull'ambiente lavorativo:

“Io ho pensato agli interessi esclusivi della squadra (e perciò del club, dal momento che la squadra rappresenta l’asset principale di una società sportiva), credendo che i risultati avrebbero avuto la meglio su una narrazione proposta senza curarsi del fatto che corrisponda o meno alla realtà. E la verità è che spesso ex calciatori come me, Boban e Leonardo, hanno sempre esercitato il proprio ruolo in piena autonomia di giudizio, ma senza mai travalicare i rispettivi ambiti di competenza. Aggiungo che questa indipendenza deve sempre contraddistinguere noi stessi, che quasi certamente non potremmo farne a meno, anche quando assumiamo ruoli o responsabilità manageriali. Si chiama, se non sbaglio, professionalità”.

Secondo Gerry Cardinale, l’azionista di controllo del Milan, lei era un individualista, allergico al lavoro di gruppo.

Appunto, direi che confonde l’individualismo con la volontà di essere responsabile nel prendere le decisioni previste dal mio ruolo e magari nel pagarne le conseguenze, trascurando peraltro le prerogative che il contratto, che lui ha firmato, mi attribuiva. Io non mi sono mai sottratto al confronto: il confronto quotidiano stimola l’ingegno e apre a visioni diverse. Siamo spesso circondati da persone che ci danno sempre ragione: avere amici o colleghi che sfidano le tue certezze è una benedizione. In questi cinque anni ho capito che la capacità di assumere e gestire responsabilità personali, cioè individuali, non è così comune. Chi ha giocato a calcio ad alto livello ha meno paura di fallire, essendo stato giudicato per tutta la vita ogni tre giorni. Questo rappresenta un grande vantaggio e ha un grande impatto su un’azienda, ma può non essere gradito a chi non è aperto al confronto e non condivide neppure l’idea anche di rispondere dei propri errori, che per me è normalissima, sana, dialettica di ogni gruppo dirigente che si rispetti”.

E conclude:

È stato veicolato il concetto che io e Massara siamo stati allontanati perché non condividevamo obiettivi e strategie di mercato: niente di più lontano dal vero. Anche da un punto di vista formale. Infatti, se parliamo delle condizioni di ingaggio, non ho mai avuto potere di firma neanche per i prestiti. Ogni giocatore che è stato preso è stato scelto da me, Boban e Massara, ogni scelta condivisa con l’ad e con la proprietà. Ma la firma era sempre di qualcun altro che avallava l’operazione. Più o meno sono 35-40 i giocatori del nostro ciclo e io non ho firmato i contratti per nessuno di loro, neanche per quelli in prestito, perché non avevo il potere di firma, non l’ho mai voluto. Anzi, tante soluzioni proposte non sono state approvate: mi è stato detto di no tantissime volte. Capita. A volte mi dicevano semplicemente di no, a volte veniva ridimensionato il budget. Nelle riunioni sentivo spesso: “Io non capisco niente di calcio”, ma alla fine c’era sempre un però. Non sono nato ieri, ho abbastanza esperienza per capire che sia normale una certa differenza di vedute, a volte anche un’interferenza da parte della proprietà nelle scelte tecniche dell’area sportiva, che poi, nel caso specifico, è il core business dell’azienda, tale da spostare gli equilibri finanziari. Tuttavia essere accusato di non avere voluto condividere non lo trovo affatto giusto. E poi io penso che le proprietà, specialmente se straniere, non abbiano ancora raggiunto una piena consapevolezza di quali siano la mole e il tipo di lavoro svolti all’interno del club dalle varie aree, in particolare da quella sportiva, soprattutto nel mercato italiano. Preciso che tutti i giocatori che sono arrivati sono stati approvati da me: non mi è stato mai imposto niente e nessuno, anche perché me ne sarei andato il giorno dopo. Per lo stesso ingaggio di Zlatan, a suo tempo, erano servite parecchie riunioni”.

Ennesima dimostrazione di come l'iter decisionale a Casa Milan è a dir poco confusionario e inutilmente articolato. In un calcio che va ad una velocità supersonica non avere armonia all'interno della società e avere figure che "sconfinano" è un malus incredibile. I risultati? Tutti ben visibili. Una squadra costruita seguendo mille idee e non soltanto una, solida. La situazione Mateta a fine gennaio, dopo un mercato in cui non sembravano esserci risorse per rinforzarsi, parla da sé.

PLAYER TRADING FURIOSO

Passaggio importante anche sul fatto di dover aspettare i calciatori su cui si è deciso di investire: "Dopo avere acquistato circa 35 giocatori ci viene contestato l’ingaggio di De Ketelaere, che peraltro aveva 21 anni, un’età in cui non sempre l’adattamento è immediato. Chi ha giocato a calcio sa che non sempre si è strutturati a quell’età per sostenere un salto così importante come quello fatto da Charles: i ragazzi vanno aspettati, aiutati, coccolati e ripresi, continuamente. Chi pensa che il lavoro dell’area sportiva sia solamente quello di fare mercato sbaglia tutto: allenatori, calciatori e staff hanno bisogno di supporto continuo. Spesso si scommette solo sul talento senza sapere come svilupparlo, gli esempi più lampanti sono Chelsea e Manchester United: grandissimi investimenti sul mercato e gestione insufficiente portano a risultati molto scadenti. Non sempre il talento viene riconosciuto, quando si scommette su potenzialità di ragazzi giovani il rischio di insuccesso è molto alto. Dopo appena 3 mesi di lavoro, Boban e Massara ed io fummo chiamati a Londra da proprietà e Ceo e praticamente esautorati, delegittimati ad esercitare i nostri ruoli, perché i vari Leao, Bennacer e Theo non piacevano. Noi sapevamo che il Leao del Lille poteva diventare una stella, ma che gli sarebbe servito un percorso e la stessa cosa valeva per Theo, Ismael e per tutti quelli che sono arrivati successivamente. Ricordiamo sempre da dove siamo partiti”.

In questo invece Milan dopo sei mesi al di sotto delle aspettative si è già sul mercato, per evitare che il valore economico del cartellino si abbassi troppo. La cosa più importante è evitare la minusvalenza, a discapito di ogni tipo di percorso e progetto sportivo. 

NON OSARE PER NON RISCHIARE AUMENTA I RISCHI

Infine un passaggio che riassume perfettamente quello che sta succedendo e blocca il Milan sportivamente. L'ossessione di rimanere in limiti autoimposti è ancora più rischioso del provare ad andare oltre: "Nel 2018-19 avevamo una squadra avanti con gli anni e poco performante, erano ormai sei anni che il Milan non si qualificava per la Champions League. Il valore complessivo della rosa era di circa 200 milioni e il monte ingaggi di 150. La ristrutturazione, con giocatori giovani, è stata fatta in 4 anni con una spesa al netto delle cessioni di 120 milioni, 30 a stagione e 15 per sessione. Il valore della rosa è passato a circa 500 milioni, il monte ingaggi è sceso il primo anno a 120 e poi a 100 per i tre successivi, anche se, come spiegavo nel piano strategico, il taglio degli stipendi aveva portato al mancato rinnovo di giocatori come Çalhanoglu e Kessié, con i quali avremmo avuto un centrocampo tra i più forti d’Europa. Alla fine della stagione scorsa contavamo tre partecipazioni di fila alla Champions, uno scudetto vinto dopo11 anni, una semifinale di Champions dopo 16 e un bilancio in positivo dopo 17. Se si resta sempre sul filo, basta sbagliare una stagione per rovinare il lavoro fatto in quelle precedenti”. Ed è esattamente quello che è successo l'anno scorso. È bastato non qualificarsi in Champions League un anno, dopo aver scelto prima Lopetegui (cacciato a furor di popolo ancor prima che firmasse) e poi Fonseca, per dover vendere di fretta e furia Reijnders e mandare via Theo Hernandez.

SOSTENIBILITÀ NON È UNA PAROLACCIA. MA DEVE FAR RIMA CON COMPETENZA

Maldini comunque era consapevole che nel calcio moderno sono necessarie delle scelte: "La sostenibilità mi ha conquistato: avevamo poche possibilità di riuscita, ma è stato molto sfidante tagliare del 30% il monte ingaggi, rinnovare la rosa e aumentare il valore dei calciatori arrivando allo scudetto e a 3 anni di Champions, dopo 7 senza. L’ho fatto con Boban e Massara, attraverso condivisione di principi, di conoscenza ed esperienza, e utilizzando anche strumenti, legati alle statistiche, che io e Zvone conoscevamo meno rispetto a Ricky. Pensiamo che siano parte di una decisione finale che deve essere presa da persone che abbiano una visione completa”. Quello che fa più rabbia è che in questi anni il Milan ha investito più di tutte le altre squadre italiane, ma ha praticamente sbagliato quasi tutti i calciatori presi, per motivi diversi. Basti pensare che dopo la cacciata di Maldini e Massara, fino alla fine della scorsa stagione, a Casa Milan si pensava di non aver bisogno di un Direttore Sportivo...

ZERO RISPETTO PER LA STORIA DEL MILAN

Maldini, al termine della lunga intervista a Repubblica, aveva raccontato di come si era congedato da Cardinale dopo il licenziamento. Queste le parole: "Oggi comandate voi, ma per favore rispettate la storia del Milan”. Domenica ci sarà l'ennesima contestazione, non la prima e non l'ultima di questi anni. Il popolo ha parlato: la proprietà e la dirigenza non hanno rispettato e non stanno rispettando il Milan.