Milan: la partita perfetta e il peccato originale

10.02.2020 16:21 di Fabrizio Tomasello Twitter:    Vedi letture
Milan: la partita perfetta e il peccato originale
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© foto di Stefano Montesi

La partita perfetta. Quella impacchettata da un preciso ed attento mister Pioli contro l’Inter sembrava proprio la partita perfetta. Sembrava, appunto. Poi i quindici maledetti minuti dell’intervallo - in cui i calciatori interisti hanno avuto la fortuna di subire l’elettroshock di Antonio Conte nel ventre di San Siro, mentre i milanisti forse hanno erroneamente pensato di avere il match già in tasca - hanno cambiato il corso della partita e probabilmente anche del campionato. Per entrambi i club. 

Andiamo per ordine. L’ingresso in campo delle squadre ha lasciato subito intendere che le previsioni della vigilia, Inter in forcing fin dall’avvio e rossoneri guardinghi in attesa, potevano tranquillamente essere riposte in un cassetto. A partire lancia in resta era il Milan, con una cattiveria, un’attenzione, una voglia feroce di conquistare ogni pallone che da queste parti non si vedevano da anni. Da anni, non settimane o mesi. 

Ma non di solo cuore si è trattato: scelte tattiche azzeccatissime, Calhanoglu asfissiante su Brozovic, pressing costante nella metà campo nerazzurra, sovrapposizioni esaltanti su entrambe le fasce, la prima frazione di gioco del Milan è stata perfetta.

Certo, quel palo colpito dal turco dopo appena 9 minuti di gioco a Padelli battuto ha lasciato subito intendere che gli dei del calcio ieri non vestivano rossonero, ma poi ci ha pensato l’uragano Zlatan a spazzare tutto e tutti, soprattutto i cattivi pensieri, e a fine primo tempo il risultato di 2-0 per il Milan è apparso perfino troppo risicato.

Poi ecco, quasi inevitabile, lo psicodramma. Come ha scritto un fan su twitter al termine della partita «Un tifoso di una squadra avanti 2-0 e in totale controllo della partita dovrebbe sentirsi 3/4 della vittoria in tasca. Ma il tifoso del Milan no, perché sa che la sua squadra è composta da calciatori senza attributi (usiamo un eufemismo ndr.). I valori tecnici si sono confermati molto simili, ma la testa fa tutto».

Un’analisi lucida ed impietosa che fotografa perfettamente l’infausto momento di uno dei club più gloriosi della storia del calcio, l’Ac Milan. Che poi anche parlare di “momento" può risultare fuorviante visto che è ormai quasi un decennio che il popolo rossonero è costretto ad ingoiare bocconi amari al grido di battaglia, ormai diventato un ineluttabile e monotono refrain, “mai una gioia”.

Nemmeno il devastante impatto del colosso di Malmoe, al secolo Zlatan Ibrahimovic, ha potuto granchè di fronte alla mollezza psicologica dei ragazzini di stanza a Milanello. Malgrado una carica vibrante, un assist e un gol nel primo tempo (saltando in testa a Godin e Skriniar, mica pizza e fichi), un palo nei minuti concitati della fine del match, e una quantità industriale di cose preziose per la squadra, Romagnoli e compagni non sono riusciti a tenere il passo dell’illustre collega e a mantenere alto il livello di concentrazione necessario per portare a casa match del genere. Il risultato è stato uno tzunami a tinte nerazzurre che ha lasciato basiti i caldi e fin lì festanti tifosi milanisti.

Difficile sedersi a tavolino il giorno dopo e analizzare lucidamente questa sconfitta dolorosa, perchè se è vero che i ragazzotti del Milan nel primo tempo hanno fatto tante cose buone, nella ripresa ne hanno combinate di tutti i colori, annullando quanto di buono fatto all’inizio e lasciando in bocca ai fans del diavolo l’ormai ben noto sapore rancido della sconfitta. 

La conferma definitiva che, ancor prima di giovani calciatori talentuosi (al Milan ce ne sono tanti ma del tutto privi di “cazzimma”), per ricominciare a vincere certe partite questa squadra ha bisogno di esperienza, carisma e personalità, sia in campo che in panchina. Per conferma basta studiare la metamorfosi kafkiana dei dirimpettai di San Siro avvenuta la scorsa estate. A buon intenditor, cari Singer, Gazidis, Boban, Maldini e Massara, poche parole.

di Fabrizio Tomasello