Cassano: i soldatini sono alla Juve o in Nazionale? Juve-Napoli: il popolo rossonero è neutrale. Valeri e Damato: lamentarsi prima è la nuova strategia. Roma: il ritorno di Zeman sembra il ritorno di Sacchi al Milan

Cassano: i soldatini sono alla Juve o in Nazionale? Juve-Napoli: il popolo rossonero è neutrale. Valeri e Damato: lamentarsi prima è la nuova strategia. Roma: il ritorno di Zeman sembra il ritorno di Sacchi al MilanMilanNews.it
© foto di Studio Buzzi
sabato 20 ottobre 2012, 00:00Editoriale
di Mauro Suma

Non trovate un po’ strano che, abbracciato il suo Strama, vinto il suo derby e ringraziato il suo Samuel per il gol fatto e per il rigore non visto, Antonio Cassano, con un microfono a disposizione nella settimana della sosta, non abbia parlato di Galliani e Allegri ma dei “soldatini juventini”? In fondo, che c’azzecca? Antonio in vita sua non ha mai avuto nulla a che fare con la Juventus, nessuna polemica frontale, nessun problema personale. Niente di niente. Appena arrivato al Milan, ci aveva raccontato che quel suo riferimento nella conferenza stampa di presentazione a Milanello del Gennaio 2011 (“Ho scelto il Milan perché mi è stato vicino sempre in questi mesi, altri sono arrivati tardi…”) era diretto alla Juventus, ma poi non aveva insistito, l’aveva lasciato perdere senza tornarci più sopra. Perché allora proprio adesso? Perché proprio nella settimana delle Nazionali? Non si esaltino, i tifosi interisti. La frecciata di Antonio non riguarda la rivalità Inter-Juventus. Riguarda, molto più probabilmente, la Nazionale. Cassano sa, perché è molto interessato e sveglio, che né a Prandelli, né allo zoccolo duro dello spogliatoio azzurro a maggioranza juventina, sono piaciuti alcuni suoi comportamenti durante l’Europeo. Non allo stadio, non durante le partite, ma, probabilmente nei lunghi giorni di ritiro. Ecco allora che, proprio durante il periodo delle due partite molto importanti contro Armenia e Danimarca, Antonio da un lato sente la mancanza della Nazionale e dall’altro dedica non a caso un pensierino pepato a quei giocatori che compongono la spina dorsale della Juventus e dell’Italia. Fra cui, non citato, proprio quell’Andrea Pirlo che, nei sei mesi di convivenza rossonera, non faceva i salti di gioia per le perfomances di Cassano nello spogliatoio e in allenamento. Con ogni probabilità Antonio ha fatto due più due e ha trovato, nei suoi pensieri, tracce di bianconero nella scelta di non convocarlo da parte del Ct Prandelli. Di qui i soldatini, la risposta di Bonucci e Di Livio e il tentativo di mettere una pezza da parte di Chiellini che ha dato una interpretazione tecnica alla frase di Cassano che è tutto fuorchè tecnica.

Adriano Galliani, nel cuore dell’autodromo di Monza per la consegna delle Audi alla squadra e alla dirigenza rossonere, ha ricordato gli anni giovanili di passione bianconera, anche se andati ormai in prescrizione, che rendono intuibile il suo tifo in occasione di Juventus-Napoli. Adriano Galliani scherzava e parlava per sé, senza la pretesa, in quel momento, di rappresentare la tifoseria rossonera. Che non tiferà mai, stasera, per la Juventus contro il Napoli. Il Milanista degli anni ’70, ’80 e ’90 prima dell’arrivo di Massimo Moratti in nerazzurro, era molto più anti-juventino che anti-interista. Gli Scudetti del 1972 e del 1973, gli arbitraggi di Menicucci, Barbaresco e D’Elia avevano scavato un solco profondissimo. E lo stesso Milanista di oggi non ama la Juventus di oggi. Con tutto quello che c’è stato, nel Campionato 2004-2005 da parte della Juventus di Moggi e con quello che certi apparati hanno attuato contro il Milan nell’estate mediatica del 2006, il quadro è completo. Adriano Galliani queste cose le conosce meglio di noi e a Monza parlava in serenità di anni giovanili. Ma dal momento che anche il Napoli è stato strenuo rivale del Milan di Berlusconi per qualche tempo nel 1988 e nel 1990, alle 18.00 di oggi, al fischio d’inizio di Torino, neutralitàpiù o meno  assoluta da parte del popolo rossonero. Con una preferenza, ovviamente, per il Napoli.

Al calcio italiano spetta ormai di diritto il gambero d’oro. Campione di passi indietro, il nostro calcio ormai degli arbitraggi non ne parla più dopo le partite, ma prima. Proprio così, prima. La vigilia del derby era stata caratterizzata dall’insofferenza nerazzurra nei confronti della designazione di Valeri, “colpevole” di aver assegnato 3 rigori a San Siro al Genoa in un Inter-Genoa vinto 5-4 dai nerazzurri e di non avere vittorie dell’Inter nel suo score arbitrale, ma solo pareggi e sconfitte. In campo poi abbiamo visto com’è andata nonostante il tentativo della maestrina (lui sì!) Scarpini di riscrivere le pagelle (4, al massimo 4.5) all’arbitro di tutti i giornali italiani. Esattamente la stessa cosa è successa, senza strascichi sul campo mi auguro per il Napoli, prima della partita di cartello dello Juventus Stadium. Tuttosport è partito giovedì a nove colonne in prima pagina: Non sbagliate l’arbitro! Con tanto di Cesari che proponeva Orsato. Il giorno dopo, a designazione di Damato avvenuta per Juventus-Napoli, ancora Cesari: “Sbagliato, è di terza fascia…”. Non capisco da dove nascesse tutto questo allarme per l’arbitro prescelto dopo la direzione tutt’altro che sfavorevole alla Juventus della Finale di Pechino, ma non ho dubbi che lo spirito di Tuttosport fosse solo ed esclusivamente giornalistico. Ma attenzione, la strategia del dito puntato contro l’arbitro prima delle partite mette il direttore di gara in una condizione precisa: cercare di non sbagliare contro chi si lamenta prima di una grande partita, dimostrare il contrario. E’ un condizionamento. Pubblico, alla luce del sole, trasparente, ma sempre di condizionamento si tratta. E in un Paese senza gamberi, in un Italia che riuscisse finalmente a vivere il calcio con stile e buon senso, dell’arbitro, almeno prima delle partite, non bisognerebbe parlare e non bisognerebbe far filtrare nulla. Non è questione di poco conto, in gioco infatti c’è la regolarità delle partite.

Nelle corde di Zdenek Zeman ci  sono le stesse idee e la stessa passione integralista di Arrigo Sacchi. Stesso amore per la professionalità, stessa maniacalità. Sdengo e Arrigo sono i classici allenatori che i giocatori in attività non amano. Li apprezzeranno dopo, a fine carriera. Rimpiangeranno più avanti di non averli accettati fino in fondo e di non aver imparato abbastanza da loro. Ma, durante la carriera, l’idea che un allenatore sia così esageratamente preponderante sul giocatore, per i campioni di prima fascia soprattutto, è intollerabile. E’ così oggi per De Rossi e Osvaldo ed era così, nel 1997, per Boban e Panucci. Perché nel 1997? Perchè quell’anno Sacchi era tornato al Milan, così come quest’anno Zeman è tornato alla Roma. E il ritorno per questa specie di allenatori ormai, purtroppo, in via di estinzione, è molto peggio delle prime volte. Perché per sopportarli i giocatori devono temerli. E perché questo accada, certi generali devono essere giovani e rampanti, nella fase di decollo della propria carriera. I ritorni più avanti negli anni sanno invece di atterraggio, di fine traiettoria. E la forza di ribellarsi, negli scranni più prestigiosi dello spogliatoio, la si trova meglio e più volentieri.