La lunga notte in cui si decide il destino della panchina del Milan. Borja Valero, Pizarro e Aquilani in viola uno smacco (e tante riflessioni) sulle scelte errate fatte in estate. Via chi non si sbatte per la maglia
Una notte di riflessione. E di decisioni. Quella che sta per iniziare è una notte decisiva per la panchina del Milan perché Adriano Galliani dovrà prendere una decisione importante che potrà indirizzare la stagione del Milan: confermare o meno Massimiliano Allegri sulla panchina rossonera. Il pesante KO subito contro la Fiorentina è stato il colpo durissimo al mento della squadra milanista che è caduta sotto i colpi di una grande viola che ha espresso un calcio fluido, spettacolare e concreto. Quello che vogliono Berlusconi e lo stesso Galliani. Ovvero quello che non ha saputo dare Allegri al Milan in quattro mesi che ha avuto a disposizione per riplasmare la squadra dopo le cessioni di Thiago Silva e, ora lo si può dire, soprattutto Ibrahimovic. Oggi, tra il premio Facchetti in casa Gazzetta e la Lega Calcio, Galliani dirà qualcosa sicuramente anche perché il suo silenzio di ieri è stato emblematico. Mai la dirigenza rossonera aveva fatto mancare il proprio commento alle partite e, nei momenti caldi, aveva sempre confermato Allegri. Ieri no. Nessun commento e nessuna conferma ma nemmeno nessuna decisione di separazione. L'assenza dello stesso Allegri dalle interviste in zona mista è stata emblematica e sintomatica.
Un fuoco di paglia. Le prestazioni contro Palermo, Chievo Verona e Malaga si possono derubricare così perché la partita contro la Fiorentina di ieri ha dimostrato come questa squadra sia figlia della confusione. Sia tattica che degli interpreti. Sabato pomeriggio Allegri ha fatto il misterioso sulla presenza o meno di Boateng dal primo minuto e tutti i presenti nella sala conferenze di Milanello hanno pensato ad un suo impiego al posto di Emanuelson sull’esterno. Nulla di tutto questo con la scellerata idea di mandare in panchina l’uomo più in forma del momento, ovvero Bojan Krkic. Allegri ha affermato di volerlo usare nella ripresa (cosa che ha puntualmente fatto) e di averlo visto stanco. Stanco? Ma un ragazzo di 22 anni che sta trovando il suo ritmo e la sua posizione ideale può essere stanco dopo tre partite giocate consecutivamente? Mi viene difficile comprendere e accettare questa spiegazione. Anche perché il campo ha dimostrato che questa squadra, con sia Boateng che Pato in campo, va in difficoltà. Sia tattica che caratteriale perché il Boa non ha più fame. Non ha più voglia di sacrificarsi. Non ha più la cattiveria di un tempo. Pato è da considerare (ancora per quanto?) un patrimonio della società. Ha un talento cristallino ma anche lui deve darsi la classica svegliata perché non si può aver paura di scendere in campo. Il rigore sparato nei Commandos Tigre è un episodio che ci può stare, solo chi ha il coraggio di presentarsi dal dischetto può sbagliare. Ma è il resto che non va. Il brasiliano è frenato mentalmente e il Milan, in questo momento, ha bisogno di certezze. Ecco perché a gennaio ci sarà bisogno di un intervento anche nel reparto avanzato.
Ma il problema è all’interno. C’è una mancanza di consapevolezza, da parte di alcuni giocatori, che forse non hanno capito che spirito bisogna avere per giocare al Milan. Non basta indossare la maglia rossonera o fare parte di questa rosa per essere considerato un giocatore da Milan. Con la mancanza dei campioni, lo spirito di sacrificio è necessario e non ci possono essere sempre gli stessi giocatori a tirare la carretta anche per quelli che, dopo la partita, non vedono l’ora di andare via dallo stadio di corsa, a volte senza nemmeno passare dalla zona mista. In casa rossonera c'è bisogno di prendere atto di questa situazione. Alcune scelte che sono state fatte, anche ieri, sembrano essere dettate da una voglia di dare un effetto sorpresa che, tuttavia, è fallito miseramente. La sostituzione di Pato a fine primo tempo, inoltre, ha dato una mazzata pesante al giocatore che, dalla sua, come detto, deve cambiare marcia e le occasioni per farlo le sta avendo. Pazzini, dal canto suo, vorrebbe giocare di più ma anche lui sembra avere più o meno lo stesso problema del papero ovvero una facilità mostruosa nel buttarsi giù.
Napoli, Anderlecht, Juventus, Catania e Zenit. Cinque partite da cardiopalma dove il Milan rischia di essere colpito e affondato definitivamente sia in campionato che in Champions League. Ecco, forse in questo momento, sarebbe cosa buona e giusta concentrarsi sul passaggio del turno in Europa e provare ad arrivare alla sosta natalizia il più in alto possibile anche se non sarà per nulla facile. Certo che vedere la Fiorentina cambiare in pochi mesi con una rosa di qualità costata solo 12 milioni di euro (tanto quanto ha speso il Milan per l’operazione Pazzini-Cassano), fa male. Borja Valero, Pizarro e Aquilani sono giocatori che fanno correre il pallone e che non corrono dietro ad esso. E pensare che con un po’ di programmazione e meno lavoro con qualche procuratore, che in quel di via Turati dovrebbe presentarsi con il capo cosparso di cenere chiedendo scusa, sarebbero potuti essere rossoneri. Invece ci si trova con Traoré, Flamini e de Jong. Finalmente Braida sta iniziando a viaggiare e a cercare talenti (ieri sera visionati Mugni e Paredes in Colòn-Boca) ma la situazione va corretta in maniera importante a gennaio.
PS: a parte le esultanze un po’ esagerate di alcuni colleghi ai gol della Fiorentina (almeno loro di dichiarata fede viola), sia in conferenza stampa che in zona mista si è avuto un clima cordiale tra tutti gli addetti ai lavori. Senza che nessuno abbia dato dell’escremento umano a nessuno.

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