Ambrosini: "Il mio più grande rimpianto è non aver giocato Milan-Juve del 2005"

23.05.2020 14:00 di Matteo Calcagni Twitter:    Vedi letture
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Ambrosini: "Il mio più grande rimpianto è non aver giocato Milan-Juve del 2005"

Massimo Ambrosini, ex centrocampista rossonero, è intervenuto in una diretta Instagram con Carlo Pellegatti. E' stata l'occasione per parlare dei ricordi dei trofei in rossonero e dei tanti ricordi del passato.

Sul lavoro da commentatore: "Quando fai il lavoro che ho scelto di fare, qualcuno si può anche divertire a parlare di me, è facile per qualcuno risultare antipatico scrivendo o dicendo cose. Il Milan è stata la mia vira e lo resterà per sempre, nessun giudizio e nessuna telecronaca cambierà questo".

Sull'esame di Maturità: "Quando sono arrivato a Milanello nel 95/96 dovevo fare l'ultimo anno di liceo, dovevo andare a scuola il pomeriggio perché la prima squadra si allenava il mattino. Rimasi a Milanello da solo per preparare l'esame quando la squadra è andata in vacanza, eravamo rimasti in tre in tutto il centro sportivo rossonero".

Sul calcio d'angolo in Milan-Samp e il gol di Ganz: "Ho battuto un solo calcio d'angolo in carriera, quello, il dio del calcio ci ha dato una mano".

Sul gol di Eindhoven: "L'emozione del momento ci ha permesso di vivere un'altra vigilia. Poi il dolore ti fortifica, non si deve dimenticare, la storia l'abbiamo fatta anche dopo. Tra semifinale e finale ci sono tre settimane di vigilia, l'attesa cresce e quando arrivi allo stadio ti rendi conto che è qualcosa di diverso e in un modo o nell'altro va vissuta".

Sui ricordi di maggio: "Mi ricordo l'atmosfera a Milanello prima delle partite, mi ricordo gli arrivi a San Siro e i riscaldamenti con un po' di luce".

Sull'arrivo al Milan: "Giocavo a Cesena, ero un ragazzino. Cominciai a giocare in continuità in Serie B, il Milan mise gli occhi su un altro ragazzo a Cesena. Nel '94 la Serie A era ferma, Galbiati e Balestra, collaboratori storici di Capello, andarono a Piacenza a vedere Piacenza-Cesena. Feci la mia seconda partita da titolare, avevo 17 anni, e andò bene. Da lì partì un po' tutto. Moreno Roggi il mio procuratore venne a casa mia, c'erano tre squadre che mi volevano, una era il Milan".

Sul Milan 95/96: "Il Milan lì era la squadra più forte del mondo, per ogni ruolo c'erano i più forti del momento e avevano come riserva gente che veniva acquistate dalle altre squadre e faceva la riserva. Per un ragazzino era anche difficile percepire che fosse la realtà. Mi ricordo il primo allenamento, il primo passaggio lo feci a Donadoni".

Su Baggio, Ronaldo e Beckham: "Alla figura va associato l'uomo. Queste persone aumentano il loro carisma quando li incontri. Con Baggio ero un ragazzino anche se si percepiva l'uomo. Per quanto riguarda Beckham fai fatica a sentire qualcuno che ne parli male, era veramente un figo, si faceva un mazzo tanto in campo".

Sugli allenatori delle vittorie: "Capello era severo ma ci ha fatto capire cosa voleva dire l'approccio professionistico vero. Zaccheroni ebbe il coraggio di proporre qualcosa e la fortuna che il gruppo lo seguì, abbiamo vinto con la forza nostra, un pizzico di fortuna ma il merito di aver seguito un allenatore innovativo e sottovalutato. Con Carlo abbiamo vinto in Italia decisamente meno di quello che avremmo dovuto vincere, quei cinque anni dal 2003 al 2007 sono gli anni di tre finali, un quarto di finale e una semifinale, vuol dire che in campionato abbiamo sbagliato qualcosa. Paragone con Sacchi? Sacchi era più innovativo, quello di Carlo era anche più talentuoso, il calcio era diverso. Il rimpianto continuo ad avercelo perché in Italia dovevamo vincere di più".

Su Allegri: "Il primo anno si è trovato in una situazione dove c'erano tanti giocatori con voglia di rivincita, poi la società ha lanciato dei messaggi chiari comprando Ibra a fine mercato. E' stato bravissimo a gestire un gruppo di talenti con personalità non facili da incastrare".

Sulla parata di Abbiati a Perugia: "Christian era sempre freddo, io ero dietro, lui fortunatamente è riuscito ad allungare la mano sul tiro di Bucchi".

Sullo scudetto del '99: "E' stato giusto che finisse così, in sofferenza, per il cammino della squadra, è stato un anno di alti e bassi dove si è trovata la quadratura nelle ultime partite. Ricordo il sorpasso alla penultima giornata, il boato di San Siro al triplice fischio. Quello manca, i tifosi avrebbero voglia di rivivere quelle sensazioni, quei brividi, quell'adrenalina".

Sugli euroderby del 2003: "Alla semifinale di andata ero squalificato, quando sono entrato allo stadio ricordo il silenzio, come se la gente avesse tenuto il fiato sospeso. Al ritorno ero in panchina e percepivo la stessa sensazione, alla fine è stato come una bottiglia che si stappa. Quando Kallon ha tirato ero vicino a lui... Ai tempi le rivalità erano ancora più accese, le soddisfazioni erano tante".

Su Euro 2000 e i rimpianti: "In Nazionale non ho giocato tanto, ho fatto una trentina di partita, la mia storia non è stata continuativa. Ero giovane, non ho vissuto quell'Europeo da protagonista ma giocai la finale. Un altro grande rimpianto è non aver giocato la domenica con la Juve in casa nel 2005. E' un rimpianto grosso, avrei voluto giocarla. Abbiamo perso quella gara, poi non avendo giocato con la Juve giocai a Lecce, mi stirai e poi saltai la finale".

Sul gol alla Lazio nel 2004: "I risultati ci avevano messo un po' di pressione, c'era la sensazione dell'importanza della gara. Non ho avuto la percezione di aver fatto quel gol in tuffo, arrivo a Milano di notte, c'erano delle edicole che ti davano i giornali appena sfornati, sulla prima della Gazzetta c'era la foto e mi chiesi quale azione fosse quella... Non lo avevo ancora rivisto".

Sui gol di testa: "Forse sono quelle doti di coordinazione, giocavo tanto anche a beach volley d'estate, avevo i tempi sull'alzata, probabilmente mi ha aiutato".

Su Atene: "C'era Carlo che cercava di sdrammatizzare. Mi ricordo la tavolata, veniva a stemperare, poi ci disse che lo fece per sé stesso. Ognuno ha il modo suo, Pirlo sembrava quello che esprimeva meno ma era quello che si emozionava più nelle vittorie e nelle sconfitte".

Su Kakà: "Appena arrivato ha fatto due allenamenti. Giocammo a Montecarlo col Porto, poi andammo direttamente a giocare ad Ancona. Non giocai a Montecarlo, ero convinto di giocare ad Ancona. Ancelotti fece giocare Kakà e mise un altro al mio posto, ero molto nervoso, vidi due allenamenti suoi e non mi sembrava così forte (ride ndr). In campo era anche meno bravo di quello che sembrava, era uno che se c'era da battagliare non si tirava indietro, era uno che si faceva rispettare, altrimenti non sarebbe rimasto a quei livelli".

Su Inzaghi: "E' sempre stato visto come un mistero, ma poi non era più tale. La sua capacità non era un caso, quelli della Juve dicevano che la terza e quarta volta che vedevi quello che faceva capivi che non era una cosa casuale. Aveva una conoscenza maniacale del calcio, lo studio della traiettoria, tutto quello che faceva non poteva essere casuale".

Sulla fascia da capitano: "All'inizio è stato un onere non facile, eri sempre soggetto ad arrivare dopo quelli che hanno fatto quelle cose, il paragone ti vedeva sfavorito. Col tempo ognuno gestisce le cose a modo suo, quando giochi a volte non ti rendi conto, quando smetti hai la possibilità di guardare, sono un po' nostalgico, riguardando dai un valore diverso alle cose e la soddisfazione è ancora maggiore".

Sul Milan attuale e Rangnick: "La speranza è che ci sia un progetto che preveda una chiarezza che fino adesso è stata complicata, l'arrivo di un allenatore straniero immagino possa escludere la permanenza di Paolo, mi dispiacerebbe molto. Significherebbe non poter vedere come Paolo avrebbe potuto svolgere in maniera completa il suo lavoro. Non conosco molto questo allenatore, ci vuole attenzione anche nell'entrare e di parlare in cose che per il momento non competono, ma bisogna essere aperti, ma con il rimpianto di non aver visto tutte le potenzialità del lavoro di Paolo".