Oddo: "I miei idoli erano giocatori che davano esempio di lealtà e professionalità, su tutti Baresi e Maldini"
L'allenatore di Milan Futuro Massimo Oddo ha rilasciato un'intervista ai colleghi di FanPage, nel corso della quale ha parlato di calcio giovanile, ricordando alcuni dei momenti più importanti della sua carriera e non solo. Di seguito alcuni estratti delle sue parole.
Nei settori giovanili italiani cosa non funziona?
"Una volta l’allenamento era fatto soprattutto di partitine e lavoro coordinativo. Oggi il lavoro coordinativo si fa poco e non gli si dà importanza, ma è fondamentale: se non sei coordinato, in qualsiasi sport non arrivi ad alti livelli. Poi oggi vedo sui social allenatori che insegnano la costruzione dal basso ai bambini di 7 anni. È follia. Fino a una certa età bisogna sviluppare l’istinto e le caratteristiche individuali. Una volta c’erano educatori, oggi ci sono allenatori. Gli allenatori erano per le prime squadre o per i ragazzi di 17-18 anni. Prima, invece, c’erano persone che ti aiutavano a sviluppare il talento. Oggi si vedono bambini di 7 anni a cui si insegna lo sviluppo difensivo dal basso. È un errore enorme".
Chi erano i tuoi idoli da bambino?
"I miei idoli erano quelli veri, non quelli di oggi, con tutto il rispetto. Erano giocatori che davano esempio di lealtà e professionalità. I miei erano Franco Baresi e Paolo Maldini. Oggi sento ragazzi che hanno idoli che mi fanno rizzare i capelli, perché non sono esempi veri dello sport”.
Poi con Maldini hai condiviso lo spogliatoio al Milan. Com’è stato?
"Gli idoli veri sono campioni anche come persone. Difficilmente fingono. Tutti quelli che ho avuto come idoli, quando li ho conosciuti, si sono rivelati uguali o addirittura migliori. Parlo di Maldini, di Baresi, di Costacurta: gente che non ti faceva sbagliare con uno sguardo. Il leader non è sempre quello che parla tanto, ma quello che parla poco e dice le cose giuste. A volte neanche parla. Paolo era così".
L’esperienza al Bayern Monaco resta un rimpianto?
"È stata un’esperienza bellissima e formativa. A un certo punto il presidente Uli Hoeneß mi chiamò per dirmi che avrebbero esercitato il riscatto e mi avrebbero fatto un contratto di due o tre anni. In quella settimana mi feci male. È stato un peccato, perché stavo giocando molto bene. Però, a posteriori, tornare al Milan mi ha permesso di vincere lo Scudetto e la Supercoppa, che erano le uniche cose che mi mancavano".
Alla Lazio eri capitano e simbolo. Al Milan ti sei rimesso in discussione. È stato difficile?
"No, perché quando arrivi in una grande squadra devi ripartire da zero. Come fai a pretendere di tirare un rigore o una punizione se ci sono Pirlo, Seedorf, Kakà, Ronaldo, Pato o Inzaghi? Quando sono arrivato il mio "antagonista" sulla fascia destra era Cafu: bastavano 20 minuti non concentrati e la domenica dopo giocava lui. Era imprescindibile rimettersi in discussione e dimostrare tutto da capo".

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