Dal #PioliOut al #PioliIsOnFire, il rinnovo è meritato: l'incredibile viaggio del Mister nei suoi due anni rossoneri

26.11.2021 14:00 di Manuel Del Vecchio Twitter:    vedi letture
Dal #PioliOut al #PioliIsOnFire, il rinnovo è meritato: l'incredibile viaggio del Mister nei suoi due anni rossoneri
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© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport

Otto ottobre 2019, in serata un comunicato ufficiale del Milan sancisce la fine dell’avventura di Marco Giampaolo sulla panchina rossonera dopo solo centododici giorni. L’allenatore di Giulianova era stato scelto in estate da Maldini e Boban per il post Gattuso tra parecchi dubbi, dubbi che presto sono diventati certezze: il tecnico abruzzese e l’ambiente rossonero non erano compatibili. E allora la decisione forte di lasciarsi subito e cercare di ripartire. Per il rilancio erano diversi i nomi cercati dal Diavolo: si parlava di Marcelino, ma soprattutto di Spalletti. I rumor sul mister toscano erano stati accolti bene dal popolo milanista, che aveva ancora in mente l’ottimo lavoro fatto da Luciano con l’Inter. Ed è proprio a “causa” dell’Inter che non se ne fa niente: il club nerazzurro aveva ancora il vulcanico allenatore sotto contratto dopo averlo congedato per puntare su Antonio Conte. Spalletti si impunta: o Zhang gli paga una ricca buonuscita oppure non si muove. Ed effettivamente è di parola, visto che l’accordo economico con l’altra sponda del naviglio non si trova.

#PIOLIOUT - Dopo aver incassato questo pesante no la dirigenza rossonera prende tutti in contropiede scegliendo Stefano Pioli, che accetta subito. La sorpresa però a quanto pare è recepita in modo negativo dal popolo rossonero, visto che al momento dell’annuncio ufficiale del tecnico emiliano i social vengono letteralmente sommersi dall’hashtag #PioliOut. Un hashtag, finito anche in tendenza tra le prime posizioni, che voleva rappresentare un qualcosa contro la società, piuttosto che contro Pioli stesso: i tifosi accusavano la dirigenza di non avere ambizione e la scelta del nuovo mister secondo loro ne era la chiara dimostrazione. Stefano Pioli non aveva ancora mai indossato pantaloncini, maglietta e cappellino a tinte rossonere per dirigere il primo allenamento a Milanello che l’ambiente, già contrariato e sconfortato per i deludenti risultati ottenuti fino ad allora, era in subbuglio. Di certo non il modo migliore per iniziare.

IL FONDO – E infatti l’inizio non può che essere altalenante e pieno di difficoltà: il Milan è una squadra male assortita, con evidenti difficoltà in fase offensiva, con poca personalità e una fragilità mentale. Tutte cose radicate profondamente nel gruppo e sicuramente non risolvibili con uno schiocco di dita. Il campo lo dimostra: l’esordio assoluto di Pioli sulla panchina rossonera è un Milan-Lecce terminato 2-2. Sette giorni dopo si vola a Roma, e qui la squadra perde. Perde anche contro Lazio e Juventus, sconfitte intervallate dall’1-0 contro la SPAL. Poi ancora, il pareggio contro il Napoli, le vittorie con Parma e Bologna e lo 0-0 contro il Sassuolo. Da qui è giusto tracciare una linea, perché c’è un pre e post Bergamo: il 22 dicembre 2019 il Milan subisce una delle sconfitte più umilianti della sua storia. L’Atalanta, padrona del campo e del risultato, strapazza 5-0 i rossoneri, scesi in modo disastroso sul campo orobico. È il fondo, più in basso di così non si può andare: si può solo risalire. Oggi sembra quasi una cosa scontata, ma allora non lo era. E infatti il Milan si spacca: da una parte Maldini, Massara e Boban, dall’altra Gazidis. La dirigenza, con Boban in prima linea, convince l’allora trentottenne Ibrahimovic a tornare in Italia. L’AD sudafricano invece si muove nell’ombra contattando Ralf Rangnick: l’idea del CEO rossonero è quella di affidare all’uomo Red Bull, personaggio intrigante e che ha influenzato il movimento calcistico tedesco degli ultimi anni, il Milan: Rangnick sarebbe stato, almeno inizialmente, sia allenatore che dirigente.

L’OMBRA E IL COLPO DI SCENA – Con l’arrivo di Ibrahimovic la squadra cambia. Non ancora radicalmente, ma cambia. Arrivano ben cinque vittorie di fila, numero non eccezionale ma notevole per il momento di squadra e ambiente, i tanti giovani iniziano a mettere in mostra il loro talento e il gruppo pian piano si compatta. A febbraio però il Milan perde malamente il derby: in vantaggio per 0-2, si fa rimontare dall’Inter, che vince 4-2. Il periodo di forma torna ad essere altalenante, fino alla sconfitta dell’8 marzo contro il Genoa. Quel giorno l’atmosfera a San Siro è surreale per tanti motivi: il Covid incombe sull’Europa e sull’Italia, nessuno si aspettava minimamente come questa pandemia avrebbe cambiato radicalmente le nostre vite. La partita si gioca senza pubblico, in un Meazza vuoto per la prima volta, e nel prepartita l’AD Gazidis entra negli spogliatoi per parlare alla squadra, evidentemente destabilizzata dalle voci insistenti su Ralf Rangnick. Il CEO rassicura il gruppo su come nulla fosse ancora deciso e che si aspettava comunque il massimo impegno da parte di tutti. La reazione della squadra non è delle migliori, Pioli invece si appiglia con forza a queste parole. Da qui in poi è storia recente, anche piuttosto dolorosa: lockdown, contagi e tante difficoltà in tutta Italia: anche il calcio si ferma. Il mister e il suo staff decidono di lasciare circa due settimane libere ai ragazzi, per staccare del tutto e capire cosa stesse succedendo intorno a loro. Una scelta, che unita agli allenamenti per gruppi in remoto, si rivelerà vincente. Alla ripresa del calcio giocato, rimasto in pausa per più di tre mesi, il Milan rinasce. Nel rumoroso silenzio degli stadi vuoti i rossoneri vincono, vincono e ancora vincono: battono Roma, Lazio e anche la Juventus in poco più di dieci giorni. Ma soprattutto il 21 luglio 2020 c'è la sliding door più importante: è la sera di Sassuolo-Milan ed Ivan Gazidis, insieme agli altri dirigenti, entra nello spogliatoio e annuncia: "Stefano Pioli rimane al Milan, ha rinnovato. Sarà ancora il nostro allenatore". La notizia è accolta con un boato di gioia, con un'esultanza da parte della squadra. Mister Pioli, il cui addio a fine stagione sembrava essere solo una formalità, è riuscito a far ricredere tutti. Niente più Ralf Rangnick, l'uomo con cui il Milan americano di Elliott e Gazidis vuole costruire un ciclo è Stefano Pioli. E così in una calda sera estiva al Mapei Stadium, in cui i rossoneri vincono anche per 2-1, la storia rossonera recente cambia e imbocca una via coraggiosa. La via di un uomo sereno, educato, professionale e che crede più di ogni altra cosa nel lavoro, nel suo lavoro e in quello di chi gli sta intorno. Il rinnovo e la conferma è il giusto premio per aver dato tutto durante mesi difficili professionalmente e umanamente. Gazidis riconosce che l'idea Rangnick, idea che aveva portato al licenziamento di Boban in primavera dopo un'intervista fiume alla Gazzetta, non era più attuabile. Squadra, dirigenza e tifosi erano con Pioli: ribaltare tutto a quel punto sarebbe stato dannoso. In meno di un anno il #PioliOut era già dimenticato.

IS ON FIRE - Da quel momento in poi cambia tutto: la dirigenza rossonera si ricompatta, ognuno ha il suo ruolo ben definito e non sconfina negli spazi altrui, l'allenatore ha la fiducia incondizionata di tutto l'ambiente e i giocatori sembrano essere finalmente squadra. Milanello torna ad essere un luogo di calcio e di calcio soltanto: si respira aria di compattezza, di fiducia, di divertimento e di concentrazione. Nel centro sportivo di Carnago, ulteriormente ammodernato dalla società, si pensa solo al pallone e a lavorare. I risultati si vedono sul campo: il girone d'andata di Serie A 20/21 del Milan è incredibile: vittorie su vittorie, si ritorna a battere l'Inter in un derby di campionato, e la squadra torna finalmente a dire la sua negli scontri diretti. L'anno solare termina con il Milan capolista dopo una vittoria all'ultimo secondo contro la Lazio. 79 punti ottenuti in 35 match disputati e rossoneri imbattuti nel post lockdown. In tutto questo in tanti si chiedono come sia possibile che una squadra che solo dodici mesi prima perdeva 5-0 a Bergamo si fosse trasformata in quel modo. Quando si ottengono risultati del genere il merito maggiore ovviamente è del collettivo, ma i giocatori iniziano a rendere omaggio in modo particolare all'allenatore: nei post partita sul pullman rossonero inizia a venir fuori un coro, destinato poi a diventare vero e proprio tormentone: sulle note di "Freed from desire" i suoi ragazzi cantano divertiti: "Pioli is on fire". In quel ritornello assolutamente orecchiabile e coinvolgente ci sono tante cose: la crescita di tanti calciatori giovani, la rivincita di chi veniva da anni difficili, l'orgoglio di vestire la maglia rossonera, i meriti verso un allenatore che durante la sua carriera è sempre stato considerato "the normal one". E invece Pioli è assolutamente on fire; è carico, è lanciato, è convinto, è in continua crescita insieme ai suoi ragazzi e ai suoi dirigenti. Un progetto rischioso quello di riempire una squadra dal blasone del Milan di giovani in rampa di lancio, affiancandoli a uomini e giocatori esperti, ma fino ad oggi convincente. Non ancora vincente, perché l'anno scorso la squadra arriva seconda (79 punti) dopo un finale di stagione difficile, tra tanti infortuni e qualche battuta d'arresto di troppo. Ma dopo il fragoroso 3-0 allo Juventus Stadium (espugnato per la prima volta) e il 2-0 di Bergamo (segno del destino) il Milan può comunque festeggiare: dopo sette anni torna in Champions League. Per i tifosi, incredibili per il calore donato alla squadra nonostante gli stadi chiusi con cortei da pelle d'oca, e i giocatori è una grande emozione: dopo un anno e mezzo durissimo, con una pandemia di mezzo, arriva un qualcosa che certifica il frutto del loro duro lavoro. E non fa niente se Donnarumma e Calhanoglu, titolarissimi nel 4-2-3-1 del mister, decidono di lasciare a parametro zero; il mondo rossonero è totalmente dalla parte di Pioli, Maldini, Massara e Gazidis.

DA BERGAMO A BERGAMO - E così in estate il Milan fa sbarcare immediatamente a Milano Maignan, riscatta a suon di milioni sonanti Fikayo Tomori dal Chelsea, promuove Brahim Diaz con la 10, ripone di nuovo fiducia in Sandro Tonali e si affida all'esperienza e alla voglia di far gol di Olivier Giroud. La dirigenza rinforza la squadra, offrendo a Pioli alternative per ogni ruolo: il mister non perde occasione per ringraziare la società per quanto fatto e inizia la nuova stagione più carico che mai. È un Milan che in Serie A parte fortissimo, mentre in Europa incontra difficoltà sia per la forza degli avversari (ad Anfield comunque la sconfitta per 3-2 è più che dignitosa) e sia per qualche decisione discutibile (la sconfitta contro l'Atletico Madrid a San Siro dispiace per come è arrivata). Ma è chiaro che questo è un Milan cresciuto, in piena evoluzione, che per ritmo, intensità e qualità di gioco in Italia non ha eguali. Basti pensare alla gara di Bergamo, sempre quella Bergamo che quasi due anni fa aveva fatto versare lacrime amare al popolo rossonero: la squadra va sul campo dell'Atalanta e domina. Pioli imbriglia la formazione di Gasperini con la massima espressione del suo calcio, facilmente riconoscibile nel primo gol rossonero: non esistono i ruoli, ma funzioni. Ed ecco allora che Kessie scende a fare il centrale, Tomori si allarga a fare il terzino sinistro e Theo è accentrato, come se fosse una mezz'ala. Il primo gol arriva dopo pochi secondi, con il francese che offre un filtrante delizioso a Davide Calabria, scattato in avanti come se fosse un'ala d'attacco. È l'apoteosi di quello che sui social viene chiamato il Piolismo, un calcio dinamico, divertente, offensivo, aggressivo e moderno. La partita del Gewiss, che a 10 minuti dalla fine era sullo 0-3, termina 2-3 a causa di un rigore e un gol invece da annullare (nessun "pianto", ma è l'analisi del designatore AIA Rocchi). Risultato quindi bugiardo, ma dopo questa partita i tifosi sono in estasi. Il 5-0 del 2019 non sarà stato restituito nei numeri, ma per quanto ha raccontato il campo assolutamente sì. E tutto questo arriva "nonostante" il ritorno dei tifosi negli stadi: i vari detrattori di mister e squadra si appigliavano a questo per "giustificare" quanto di buono fatto dai rossoneri, ma il ritorno del pubblico invece ha spinto i giocatori ancora più in alto. Ora San Siro è davvero la casa del Diavolo. Per non parlare infine dell'impresa al Wanda Metropolitano di mercoledì sera: la prima vittoria europea stagionale arrivata grazie al gol, il primo in rossonero e in Champions, di Messias, che mette il timbro su una partita in cui i rossoneri hanno dominato un avversario sulla carta più forte. Per rendere merito alla grandezza dell'impresa, che lascia ancora aperte le speranze qualificazione, ci sono due statistiche significative: una squadra italiana non vinceva in casa dell'Atletico Madrid dalla stagione 1998/99 (il Parma espugnò l'allora Vicente Calderon per 1-3), e i colchoneros nelle ultime 33 partite casalinghe hanno perso solo 3 volte e due di queste sono arrivate quest'anno, entrambe durante i gironi di Champions: 2-3 contro il Liverpool e 0-1 contro il Milan.

RINNOVO - Dieci vittorie, due pareggi e una sola sconfitta nelle prime tredici partite di Serie A, è una partenza letteralmente da record: superato l'avvio sprint della stagione rossonera 1954/55, mai il Milan aveva fatto meglio nella sua storia. Mister Pioli ha una media altissima in campionato: ben 2,05 a partita, grazie alle 50 vittorie e 18 pareggi in 82 sfide. La media gol è lo stesso a livelli top: 1,95 a partita. Altro record: 15 vittorie in trasferta consecutive in un anno solare, superate le 14 raggiunte nel 1964. Oltre ai numeri è tangibile la crescita non solo della squadra, ma di tutto l'ambiente. I giocatori si trovano ormai a memoria, la crescita di talenti come Tonali, Diaz, Leao e Saelemaekers è sotto gli occhi di tutti, la forza mentale del gruppo è straordinaria anche nei momenti difficili e di poca lucidità. Tutti seguono e si fidano del Mister, simbolo di un Milan moderno, discreto fuori dal campo e mordace sul terreno di gioco. Il rinnovo di contratto per Pioli non può che essere una naturale conseguenza: il mister continuerà ad ascoltare "Pioli is on fire" almeno fino al 2023 (con opzione fino al 2024). Stefano l'ha definita "una delle emozioni più belle che ho provato nella mia carriera" e ha aggiunto che prima o poi gli piacerebbe saltare insieme ai suoi tifosi che a San Siro lo omaggiano prima di ogni partita. Con questo rinnovo, con adeguamento di contratto a 3 milioni di euro, Pioli avrà ancora più tempo per continuare quanto di buono (buonissimo) ha fatto finora e chissà, regalare anche al popolo rossonero un trofeo che manca ormai da 10 anni.