Il derby, Romagnoli e altri mostri. Ma il vero guaio sarebbe perdere a Roma: urge un cambio di modulo

22.02.2021 16:00 di Michele Pavese   Vedi letture
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Il derby, Romagnoli e altri mostri. Ma il vero guaio sarebbe perdere a Roma: urge un cambio di modulo

Cinque punti di vantaggio sulla Roma (con tanti ringraziamenti a Pippo), sei sulla Lazio e sull'Atalanta, nove sul Napoli. Quattro punti di distacco dalla vetta a fine febbraio, secondi in classifica davanti alla Juventus. Se ce lo avessero detto a settembre, probabilmente avremmo firmato col sangue o saremmo scoppiati a ridere, anche se la consapevolezza di poter disputare un buon campionato c'è sempre stata. Riconoscere i propri limiti, però, è fondamentale in un percorso di crescita come quello che sta affrontando il Milan, che non è mai stato imbattibile, nemmeno quando dominava in Europa negli anni d'oro. Figurarsi oggi. In molti, legittimamente e dopo quasi due lustri di nulla cosmico, si erano illusi di poter competere alla pari con squadre costruite per vincere; nello sport i miracoli esistono e sognare è lecito, ma batoste come quella di ieri, seppur dolorose, sono normali. Soprattutto in un contesto storico come questo, soprattutto per un gruppo giovane e ancora molto distante dalla perfezione. C'è la realtà e poi c'è l'ambizione, che ti porta a guardare oltre e a non abbatterti. 

Dopo una prima metà di stagione straordinaria, nonostante le infinite defezioni e i tanti problemi, il Milan sta pagando dazio. I fattori sono tanti, tutti strettamente collegati tra loro: la stanchezza, i "big" non al meglio della condizione, un sistema di gioco al momento poco redditizio. Il 4-2-3-1 richiede un'applicazione totale in entrambe le fasi. È un modulo che garantisce un'infinità di soluzioni offensive, ma che diventa deleterio se si diminuisce l'intensità e si perdono le distanze tra i reparti. Il derby di ieri ha mostrato un Milan complessivamente migliore rispetto a quello ammirato contro lo Spezia, ma ha anche certificato la necessità di cambiare qualcosa nello spartito. Con Theo Hernandez, Kjaer, Calhanoglu, Kessie, Rebic e Saelemaekers molto distanti dalla forma ottimale, la squadra si sente meno protetta e sicura. Non è solo un problema di singoli (su Romagnoli torneremo più avanti), è un discorso collettivo. Il Milan non è brillante, fa fatica a coprire il campo e non può più permettersi di esercitare una pressione alta, né di marcare a uomo gli attaccanti avversari, con i due centrali "costretti" spesso ad agire lontanissimi dall'area di rigore. Quello di ieri è stato il delitto perfetto, perché l'Inter ha ottenuto esattamente quello che sperava: ha sbloccato subito la partita e poi l'ha chiusa in velocità, sfruttando le voragini tra centrocampo e difesa. Una vittoria mai in discussione se non per 5 minuti nel secondo tempo. Conte è un maestro in queste situazioni e lo aveva già dimostrato annichilendo la Juventus più o meno nello stesso modo. 

Cosa può fare Pioli? Innanzitutto deve ricordare ai suoi ragazzi il punto di partenza, quello che si è costruito in questi 12 mesi, in mezzo a un mare di variabili impazzite. E deve fare di tutto per non sperperare quell'enorme patrimonio accumulato in termini di punti, cercando di capire quali siano le criticità della sua squadra, che al momento non riesce a giocare come in passato. Forse c'è bisogno di un centrocampista in più, perché Kessié non ha il dono dell'ubiquità e perché i trequartisti non riescono ad attaccare e difendere con la stessa efficacia. La struttura della rosa consente un passaggio temporaneo al 4-3-1-2, magari provando Saelemaekers come mezzala destra (ruolo che, in determinate partite, possono ricoprire Krunic e Meité). O magari il 3-4-1-2. È un cambio - non così radicale - dettato anche da un'altra necessità: avere più soluzioni offensive, perché Ibrahimovic è tornato a essere troppo "solo" davanti e in generale è l'unico a incidere. Con Rebic o Leao più vicini, più dentro il campo, e con gli inserimenti dei centrocampisti, lo svedese godrebbe di maggiore libertà e tornerebbe a essere decisivo anche con gli assist.  

Chiudo, come accennato sopra, spezzando una lancia in favore di Romagnoli. Il Milan ha scelto da tempo di marcare a uomo gli attaccanti avversari; è rischioso, soprattutto se si affrontano giocatori come Lukaku in campo aperto e in inferiorità numerica sulla trequarti. Che Romagnoli non abbia il passo del belga è palese, come Kjaer non ha la rapidità di Lautaro Martinez; che sia diventato il capro espiatorio per ogni gol subito è francamente inconcepibile. Il capitano "non è Nesta e non ha il tocco di Zidane" (per ritornare al titolo di una famosa intervista, cose tra l'altro mai dette): è un difensore di posizione, bravo a tenere la linea e nella scelta del passaggio. Ha dei limiti in marcatura che vengono accentuati quando si vuole difendere in un determinato modo: nell'azione del 3-0, per esempio, è costretto a fare una diagonale (per coprire il buco lasciato da Kjaer) con Lukaku lanciato in corsa, già proiettato verso quel tipo di conclusione, effettuata sul palo di Donnarumma. L'intenzione era quella di pressare alti e far giocare le due punte spalle alla porta, evitando che potessero far male con la loro forza e velocità e cercando di "accorciare" il campo. Nella ripresa sarebbe stato più utile inserire un difensore rapido (inevitabile concedere alcune ripartenze) o un centrocampista in più. Alcuni ingranaggi sembrano essersi inceppati, ma non è tempo per gli attacchi al mister o ai singoli. È tempo di compattarsi, recuperare un po' di umiltà e tornare a conquistare punti pesanti. Oggi fa ancora male, domani si riparte. L'obiettivo è il quarto posto e a Roma sarà vietato sbagliare.