L'orgoglio, Pellegatti e gli amici interisti
Almeno per fare un regalo all'allenatore nella sua antica e recente casa, chissà che a Marassi il Milan non sfoderi una prestazione di orgoglio restituendo un po' di ossigeno anche a classifica e tifosi.
Che parola complessa, l'orgoglio. Il nonno diceva ne fossero colme le fosse dei cimiteri, papà invece condizionava ogni sua scelta in funzione della propria fierezza. Una giusta dose di autostima è certamente vitale, essenziale per affrontare qualsiasi impegno della vita convinti di potercela fare. Su questo ha fatto molta leva il tecnico questa settimana dopo l'ennesima delusione, puntando l'indice su qualche veterano. Lavoro difficile in questi ultimi anni definire dove finiscano i limiti tecnici e dove inizino quelli caratteriali, dunque lavoro impossibile quello della spremitura delle risorse umane in un senso o nell'altro. Si può senz'altro, per una volta almeno, fare affidamento sulla dignità che è un patrimonio caratteriale più facilmente difendibile rispetto all'orgoglio, ma il problema vero è sulla lunga distanza. Una partita di orgoglio, si, ma poi?
Scriveva ieri l'amico Carlo Pellegatti, un incrollabile pasionario il quale per cercare ogni giorno polvere del Milan che fu raschia il fondo di qualsiasi barile, come gli capiti di confrontare la rosa milanista con quella di club di seconda o terza fascia in Europa e in Italia e a naso non gli pare mai che il divario sia così netto. Ha perfettamente ragione: difficile credere che in certe squadre giochino uomini più dotati tecnicamente e caratterialmente anche rispetto a questo Milan derelitto, eppure i loro risultati sono migliori.
Di orgoglio si sono coperti in settimana, senza remore, Albertini e Costacurta quando hanno scoperto di non avere alcun futuro nella nuova società che Fassone va componendo. Va ribadito che l'Inter e l'interismo c'entrano poco nella questione, così come le reali competenze manageriali e dirigenziali delle "bandiere": si trattava semplicemente di dare spazio a qualcuno che potesse testimoniare dall'interno la bontà del progetto cinese o la sua inconsistenza. Di questa fiducia avevano bisogno i tifosi e non solo loro. Di questo scudo aveva bisogno lo stesso Fassone, non avendone invece affatto capito le ragioni: ragioni non solo di cuore. Pazienza. A Fassone e a chi starà al suo fianco buon lavoro comunque: interisti di straordinaria professionalità e umanità hanno fatto la storia del Milan in campo e dietro le scrivanie. Senza mai diventare milanisti. È stato così immensamente più bello sfotterli vincendo insieme, e diventando amici.

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