Sussurri, insinuazioni, pettegolezzi: il Milan fa di nuovo paura. E quell'affare all'orizzonte traccia inediti confini
Critiche, insinuazioni, illazioni, ormai parlare (e sparlare) del Milan sembra essere diventato il passatempo più diffuso. Il club di via Aldo Rossi è tornato a fare la voce grossa sul mercato e, ci auguriamo presto, anche in campo, con la conseguenza che il disagio degli insofferenti rivali cresce di giorno in giorno. Prima i sussurri lamentosi, giunti ai piani alti degli uffici Uefa a Nyon, dei club non contenti della faraonica campagna acquisti messa in piedi con illuminante sagacia da Marco Fassone e Massimiliano Mirabelli. Poi le parole gonfie di livore pronunciate da James Pallotta, anche lui preoccupato dalla libertà dei rossoneri di spendere e spandere sul mercato senza avere - secondo il discutibile pensiero del numero uno giallorosso - un’adeguata copertura finanziaria alle spalle. Addirittura minacciando il Milan di finire presto a pagare le conseguenze di un comportamento tanto sconsiderato.
Verrebbe solo da dire, brutta besta l’invidia. Quel vorrei ma non posso che spinge a cercare il marcio nel lavoro degli altri per giustificare i propri limiti e la propria inadeguatezza.
Al di là del comprensibile risentimento di tutto l’universo rossonero di fronte a certe chiacchiere, è proprio questo compatto muro di ostilità che sta crescendo quotidianamente attorno al Milan che dovrebbe ringalluzzire il popolo milanista. Oggi tutti gli occhi sono puntati sul Milan, perchè il lavoro che sta svolgendo la nuova dirigenza è da premio Oscar. Da una parte ammirazione, rispetto e stima per la società che sta nascendo; dall'altra il legittimo timore degli avversari di dover fronteggiare una squadra non più così accomodante e soprattutto poco propensa a lasciarsi villaneggiare ancora, come accaduto ai rossoneri nell’ultimo mortificante periodo.
Intanto il lungo esilio del Milan dai territori che per tradizione e cultura sportiva gli sono sempre stati più congeniali è giunto al termine. Giovedì sera, sul prato tutt’altro che evocativo dello Stadionul Municipal, a Drobeta-Turnu Severin, il Milan è tornato a disputare un match di una competizione europea. A distanza da 1234 giorni da quel martedì 11 marzo 2014, in cui un triste Atletico Madrid-Milan, finito con il punteggio di 4-1 per i Colchoneros, mise fine in malo modo alla straordinaria ed indimenticabile epopea continentale del Milan berlusconiano.
Oggi è tutta un’altra storia. Completamente nuova la squadra (di quei 14 calciatori che scesero in campo al Vicente Calderon è rimasto il solo Abate), nuovo l’allenatore, nuova soprattutto la proprietà e la dirigenza. Ed è con questo vestito del tutto rinnovato che il Milan è ripartito dal basso, dai preliminari di Europa League, per tornare in fretta ai palcoscenici che più si addicono ad un club che nella sua storia ha conquistato ben 7 volte il più prestigioso trofeo continentale, secondo solo al leggendario Real Madrid.
Tornando al mercato, c’è un affare ancora in via di definizione che di fatto traccia i contorni del nuovo potere rossonero. Un’operazione difficile, complessa, ingarbugliata, il cui protagonista è il centrocampista portoghese Renato Sanches. A depistare ogni giorno che passa i solerti addetti ai lavori è quel gran marpione di Karl Heinz Rummenigge che, alla stregua del miglior Cassano, ogni giorno ci regala una versione diversa dello stato dell’arte. Prima apre alla cessione e fa il prezzo del calciatore (48 milioni di euro), poi cambia le carte in tavola e annuncia la decisione di lasciare andar via il classe ’97 solo con un prestito secco annuale perchè convinto che possa essere ancora utile al Bayern.
Una presa di posizione che di fatto potrebbe rappresentare la pietra tombale sull’arrivo del giovanissimo talento portoghese a Milanello. La ragione è semplice: con l’avvento della proprietà cinese, il Milan è molto cambiato anche dal punto di vista delle strategie di mercato e quella che fino all’anno scorso era una pratica usuale in via Aldo Rossi, il prestito secco senza alcun diritto di riscatto, adesso non è più accettabile.
Il Milan di oggi ha smesso di essere una succursale delle big del calcio europeo come accaduto nell’ultimo periodo tristemente noto. Situazioni come quella di van Ginkel tre anni fa, oppure dei più recenti Pasalic e Deulofeu la scorsa stagione, non si verificheranno più a queste latitudini perchè a differenza di Galliani che era costretto a mandare avanti la baracca con poche risorse e pochissime idee, navigando a vista senza alcun progetto di futuro, i nuovi Dioscuri del calcio italiano Fassone & Mirabelli lavorano per far crescere squadra e società. Nel miglior modo possibile, peraltro.
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